volare sulla città di monopoli e oltre: riflessioni, politica, poesie.

19.3.13

Manisporche: un Sindaco di cartone.





L’accoglienza è stata di tipo pirandelliano: un manichino-Sindaco vestito dal certosino lavoro di mesi dell’associazione. Una provocazione sottile, che anticipava le scontate e vetuste obiezioni che sarebbero state sollevate da un mondo politico abituato a ragionare in termini di marketing. Il mondo politico di centro-sinistra, peraltro, invitato dal movimento, ma sostanzialmente depresso, e presente probabilmente solo perché, in questo periodo di sconsolata perdita di riferimenti, sarebbe intervenuto anche alle riunioni dei Barbieri Organizzati, purché potessero rappresentare una confortante stazione per un treno da prendere al volo, destinazione governo. Infatti la provocazione ha fatto una vittima: il prof. Carbonara, pretendendo che “il progetto dovesse camminare su delle gambe” è finito, proprio con le sue, di gambe, nella rete della riproposizione della vecchia logica che per vincere ci vogliono delle belle e carismatiche persone. Con questa logica che si trascina da 20 anni il centro sinistra ha infatti vinto sempre. Ricordo Guccione con il suo carisma, sostenuto dalla sua “gioiosa macchina da guerra”, che finì fuori strada alla prima curva. E poi? Ah si, Leoci. (ma parliamo sempre di centro sinistra?) di cui è difficile trovare tracce di presenza nella storia cittadina, tranne che per il rilancio del calcio professionistico in comunella con rispettabili imprenditori baresi. Invece si parte dal progetto. Ambizioso e avveniristico per una popolazione abituata al piccolo cabotaggio, ma affascinante se si riesce a intuire quali potenzialità esso può offrire. Per la prima volta si concerta un metodo flessibile e dinamico che un’amministrazione moderna, attenta allo sviluppo sostenibile, può adattare al territorio ed al suo ambiente ed alla legislazione gerarchicamente sovrastante, concependo strutture agili e “aperte” al contributo delle categorie produttive e alle esigenze delle fasce più deboli dei cittadini. Un progetto nel quale “ogni tassello sarà indispensabile alla struttura complessiva”, pena il suo depotenziamento. Praticamente un capovolgimento di quella consuetudine dell’approssimazione e dell’avventurismo, che provoca “mostri” e corruzione. Un’architettura trasparente, costantemente proiettata al dialogo, all’informazione ed all’interfacciamento con la città. Una città che ha bisogno “di un nuovo riscatto” simile a quello del 1530, ha esortato Angelo Papio, che si vedeva fosse tendenzialmente esitante a comporre una sinfonia troppo mistica per il lavoro presentato, quasi a voler rassicurare i tanti ultras dell’ipertecnicismo” che spopolano anche nella parte sinistra del cielo. Noi da semplici osservatori non nutriamo questa remora e, ritornando in tema teatrale rassicuriamo i beckettiani: questa volta Godot alla fine arriverà, ma sarà circondato da tante persone che stenderanno con decisione il lenzuolo candido sul quale riscrivere la storia della città. Una città che, voglio ricordarlo, è nata da un sublime atto d’amore. Quando Totila distrusse Egnazia, la ricca, i suoi abitanti fuggirono con le loro vesti nobiliari, con i calzari principeschi verso Portus Pedie, la povera. E quello spicchio di cultura ellenica chiese asilo ai pescatori. Tutti si sporcarono le mani e un grande abbraccio sancì l’accoglienza e creò la “città unica”. Sporchiamoci di nuovo le mani e quell’atto d’amore, perduto nella notte dei tempi, avrà di nuovo un senso.

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