18 gennaio 2020

Foglia rotolante



La vita gira come foglia
morbida rotola succube
su ripiani stabiliti dal fato
incalzata da venti confusi
essa plana docile
impunta imbizzarrita
sciama nella folla
popola deserti.

Oh vita mia come foglia
alla mercé di pulsioni
contrarie ambigue
ferite da spigoli aguzzi
strappata all’albero nativo
per un’alba indocile
t’accolgano solerti sponde.

Per un’amica



Voglio bene ad un’amica
un’anima leggiadra
che filtra raggi virtuosi di sole
tra fenditure di bastioni
eretti su un pianeta di saccenti
di razzisti di scurrili

voglio bene ad un’amica
che porge mani invisibili
che lancia un pensiero
lontano, nel buio di un sospiro
vicino, nel vulnus di un lamento

voglio bene ad un’amica
tanto ma tanto bella
una stella luminosa
al mio triste crepuscolo

voglio bene ad un’amica
tanto ma tanto bene
ed è cosa rara
una congiunzione di pianeti
contigui nel linguaggio dei giusti

ricordati sempre di volermi bene
amica mia unico tronco
al quale afferrare le mie radici.

Ad una creatura mai nata


Tu sei restato cielo
mistero di atomi scomposti
nugoli di desideri intonsi

sei restata brezza
che lèva dalle selve d’oriente
voce di terra feconda

tu
sei restato canto
di policromi usignoli
danza di fate garbate

sei restata mare
carezza di placide ninfee
bacio di lontane sirene

tu
sei rimasta eterna domanda
incastrata tra le nostre vite
macerato dubbio
asfittico silenzio.

12 gennaio 2020

Eclissi


Luna graffiata
unghie striate
raggi di velato tepore
sbavati da orli merlati
grottesca maschera di cielo
invito a genuflesso stupore

sussurrate vibrazioni
armonie d’incanto
cerco di vergare
spiccioli di futuro
versi sfrigolanti nebbia

il tuo profumo pervade
inebria la pianura sottesa
tu padrona dell’opaco
custode di freddi giacigli

mie biascicanti cellule
rotolanti vani sproloqui
vinte da prosaici fumi
afferrano i tuoi virgulti

porgimi salvifica mano
onirica Dea del silenzio
sfarina questo firmamento
di mestizia e di sale
regalami giocattoli d’alba.

7 gennaio 2020

Antonio e Piero Brescia: sottobraccio sul sentiero dell'arte.


Il 4 gennaio Piero Brescia ha regalato alla città una parte della produzione artistica del fratello Antonio presentando il volume "Totemanzia" nella sala della Biblioteca Rendella. Come già accaduto in passato, quando mi ha "raccontato" di persona il talento di Antonio, consentendomi di tracciare un mio personale ritratto del poeta, sulla base delle sue precedenti pubblicazioni (cfr. su questo blog: "Antonio Brescia l'uomo che ha scalato l'infinito a mani nude"), anche in questa occasione il mio sentire è stato scosso da intense vibrazioni che mi hanno portato ad un altro spontaneo omaggio alla sua arte e all'inestimabile patrimonio d'amore che lega i due fratelli. 


Notti insonni
disteso sulle ombre
piegato sul buio
assurde sentenze
devastanti ferite
piaghe ulcerose
scavate nel petto.

Ma tra gli intrecci
dei ventricoli pulsanti
rosso di linfa vitale
galleggia immenso il Dono
un incrocio di armonie celesti

Tu mio clone spirituale
mio mentore e guida
hai dipinto il mio
esangue tappeto
di indicibili colori
hai acceso la miccia
esplodendo il mio torpore

Hai forgiato un miracolo
di versi inesistenti
sulle pagine del mondo
sei assurto Totemante
deridendo i Nuovi Filistei

Mi hai preso per mano
conducendomi all’Intuizione
non mi hai più lasciato:
Camminatore delle galassie
Pioniere dell’Invisibile
fratello mio in eterno
la tua scia luminosa
è il sentiero che percorro.

1 gennaio 2020

Argini celesti


Librato sul limitare
vorticoso del dubbio
anelo dissolvermi
nebbia sanguigna
o ergermi impavido
alle frane del gelo
che plasma il tuo cuore
e svelarmi anima nuda
al cospetto dell’ovvio.

Nuvole sghembe
spazzano e spaiano
visi abbozzati
reietto mio cuore
aggrappato a raggi inerti
sublimo spasmi di sogno

la tua calda presenza
in una notte infinita
dove pullulano Elfi
danzano Naiadi
sfilano Camene
adagio nell’oblio.

28 dicembre 2019

Assenze


S’insinua tremula
subdola morbida
evanescente quasi
assottiglia le trincee
scivola sotto le rocce
frantuma le scorze
ha una lama di specchio
che brandisce con sussiego
ha una corda di ferite
che disegna sulle spalle

mi carpisci scrupolosa
mi avvolgi incessante
mi arrendo al tuo volere
infame malinconia.

Vengono da lontano


Vengono da lontano 
dove sorge il dolore 
camminano sui cocci
di un tempo diroccato 
spinti da un vento bugiardo 
cercano otri di abbracci 
assetati di pace.

Tranciamo le funi
che stringono il cieco
osceno furore 
del nostro piccolo mondo
le nostre braccia
il porto sicuro
dove carezzare gli angeli.

18 dicembre 2019

Noi


Noi
condannati alla smodata
ricerca di un quanto
abbiamo smarrito il come
e vorremmo tornare ad essere
strisce di luce pulsante.

Noi
pulviscolo nel vuoto,
noi cenere di stelle
plasmati di follia,
noi anime perdenti,
fagocitati annientati.

Noi inchiodati alle inezie,
siamo tanti Icaro:
ci manca riprendere il volo.

Delfini



Quieti nell’attesa
carezze di rena sulle squame
ghirigori di brillanti sorrisi
fughe e rincorse
risa bagnate d’azzurro.

Poi ecco la brezza che sale
“amore dammi la pinna
in volo saremo abbracciati”
l’onda s’accuccia
tende muscoli di vento
gonfia vene di schiuma

il sole ci esplode rotondo
siamo in alto
più in alto del cielo più alto
noi sfidiamo le leggi
della natura che ci ingabbia
siamo ali di eterna primavera.

26 novembre 2019

In paese tra sogno e realtà

                                                 La città nel sec. XI con la posizione del Castello


In questo articolo pubblicato qualche settimana dopo la sua morte, Remigio Ferretti ci invita ad una passeggiata che unisce utile e dilettevole nel centro storico, mai immaginando che quest'atmosfera di pace idilliaca si sarebbe, di lì a pochi anni,  persa nel turbinio della "movida". Mie le note in calce. 

Monopoli, anni 30: il caffè Napoli, fondato nella seconda metà dell'’800 da una famiglia di pasticceri partenopei (il che spiega la bontà dei suoi famosi babà e spumoni), era sin d'allora un angolino grazioso e privilegiato, a riparo dal sole estivo e dai venti del nord. 
Inserito nel prospetto della casa comunale (un tempo convento francescano[1]) ancor oggi è nobilitato verso ovest, dalla superstite parete cinquecentesca della Chiesa, appunto dedicata al Santo d'Assisi. 
Al suo interno, a mattino inoltrato, si faceva la “politica”, la sera, al discreto riverbero degli “abat-jours” multicolori (che avevano avuto il loro momento di gloria e di splendore qualche anno prima, sullo “chalet” della pro-Monopoli), le signore imbellettate, di antico e recente censo, sfoderavano cappelli a larghe tese, sorrisi e gioielli. 
Monopoli, anni 30: è bello riandare alle notturne escursioni estive nel centro storico o, come si dice con espressione più “nostra”, nel “paese vecchio”, magari al chiarore della luna, tra “case palazzate” e antiche chiesette abbandonate, per vie strette ed afose, ora, ahimè, profanate dall'asfalto. 
Qui l'aria è immobile, come di vetro (meno che nella unica e sola “stretta del vento”, lungo il fianco di Palazzo Palmieri, l'imponente edificio settecentesco, di sapore vanvitelliano). 
Era tempo di serenate (chitarra, magari una di quelle di Garganese[2], famose nel mondo, mandolino e una voce calda e innamorata), tra persiane socchiuse e improvvisi squarci di cielo e di mare. 
Ma la passeggiata classica era quella lungo via Barbacana-via Comes, già via del Castello, che ancor oggi collega la Cattedrale, centro della vita spirituale della Comunità, con la fortezza di Carlo V, simbolo del potere civile e militare spagnolo e borbonico. 
Può dirsi, scimmiottando Marotta[3], che essa sia una specie di “Spaccamonopoli”, una lunga ferita nel ventre della città, gravido di antichi umori e suggestive sensazioni. 
La parola “Barbacana”, è certo un toponimo, ma non riguarda alcuna famiglia patrizia dei secoli passati. “Barbacana” è parola che ha facile sito nei vocabolari di lingua italiana e significa, in particolare, qualsiasi costruzione che faccia da supporto ad antiche mura o porte di città[4]
Ora la palla passa ai nostri lettori archeologi perchè precisino gli eventuali rapporti tra il nome “Barbacana”, le prime mura della Monopoli del 1000 e un antico Castello (http://altairquattro.blogspot.com/2013/04/1414-monopoli-si-ribella.html) che sorgeva nel punto più alto della città vecchia (dove ora trovasi il Palazzo Vescovile), incendiato e distrutto a furor di popolo nel XV secolo e la relativa porta chiamata, appunto “Porta Castri”[5]
Monopoli, anni 30: realtà e sogno, memoria e disinganno, l'eterna altalena dell'uomo, che dà senso doloroso e pregnante alla sua vita e al suo destino. 

“Dilectus” del 15/6/1991. 

[1] La costruzione originaria della Chiesa di S. Francesco d’Assisi ed annesso Convento avvenne nel 1275 come risulta da un documento dell’Archivio di Stato di Napoli citato dall’Olivieri (“I Vescovi di Monopoli”). La sua posizione era poco fuori le mura a nord-ovest dominante la zona delle Fontanelle-Porto Aspero. L’odierno complesso è stato edificato nel 1531 su disposizioni di Carlo V che, dopo le vicende belliche degli anni precedenti con i veneziani, aveva dato disposizione affinchè tutti i “monasteri, casini e torri” venissero riportati entro le mura, per ragioni di sicurezza. Una importante ristrutturazione avvenne nel 1740 sotto la direzione dell’architetto Michele Colangiuli di Acquaviva. Nel 1825 il primo piano del Palazzo Rendella venne adibito a sede dell’Amministrazione Comunale; dal 1841 iniziò una coabitazione con la sede del Teatro Rendella che si prolungò fino al 1885 quando fu ristrutturato il convento di S. Francesco su progetto dell.ing. Alvise Collavitti, che ospitò il nuovo Municipio. 

[2] Rinomata famiglia di artigiani di fine ‘800, Vitantonio Vito e Antonio, specializzati nella creazione di “terzine”, cioè chitarre accordate una terza minore sopra, il che vuol dire avere una tessitura più acuta e squillante che diventa complementare per esempio con un'altra chitarra in duo, o nell'ambito della musica da camera, o ancora in quello di un'orchestra, dove risalta con un suono brillante, ironico, pungente. (Paolo Pugliese). 

[3] Giuseppe Marotta (1902-1963), scrittore napoletano esponente del neo-realismo, Si trasferì a Milano nel 1925, dove si dedicò al giornalismo. E’ noto per i suoi racconti, specie d’ambiente napoletano, intessuti di umorismo, di fine osservazione dei fatti e dei caratteri, di un'abbondante ma non corriva vena sentimentale. Collaborò a diversi giornali (tra i quali il “Corriere della Sera”), compose varie sceneggiature, soggetti cinematografici e testi teatrali. “L'oro di Napoli” a cui si fa riferimento nel testo, è stato pubblicato per la prima volta nel 1947, e costituì l’ispirazione per l'omonimo film di Vittorio De Sica. Una serie di racconti, intitolati “Spaccanapoli”, è stata pubblicata sempre nel 1947 dallo scrittore Domenico Rea (1921-1995). 
[4] Il barbacane (o barbacana) è una struttura difensiva medioevale che serviva come sostegno al muro di cinta. Tale fortificazione era spesso solo un terrapieno addossato alle mura in vicinanza delle zone più vulnerabili di un castello o di una casa forte. Fr. barbacane; prov. e sp. barbacana; port. barbacào: dall'ang. Sass. BARGE-KENNING che ha identico significato e trova spiegazione nel m.a.ted. BERGEN coprire, porre al sicuro (ond'anche l'a. nord franco BERG-FRID torre di guardia) e KENNING vista da KEN scorgere, vedere (ted. KENNEN conoscere): propr. luogo difeso con vedette. Il Devic però accenna all'arab. BARBAKH chiavica, ed anche galleria che serve di bastione a una porta, a un valico, che abbinato col pers. KHANEH casa (quando, come ritiene lo stesso Devic il secondo elemento, CANE., non sia mera desinenza) avrebbe dato la voce Barbacane. Il Wedgwood finalmente propone il pers. BALA-KHANECH (onde si trae anche la voce Balcone) cioè stanza sull'alto della casa a scopo di guardia. In origine col nome di Barbacane si designarono certe piccole aperture verticali nei muri di un castello e di una fortezza per potere tirare al coperto sul nemico (Littré); indi il Parapetto o Contrafforte con le dette aperture o feritoie, che nei tempi passati si costruiva per difesa avanti alle porte o al muro principale di una fortezza: (come attesta il Du Cange): rna negli antichi scrittori di cose militari è usato ad indicare anche diverse altre opere di fortificazione. Generalmente è quel rinforzo che si fa in forma di scarpa nella parte inferiore di un muro per maggior sicurezza o per sostegno. 
[5] Anche qui la denominazione della porta, accanto al castello, richiama la presenza di avamposti militari.

20 novembre 2019

L’antifascismo di una “tranquilla” Monopoli Anno 1933



La memoria è un valore da preservare caramente. In particolar modo quando attiene ad episodi che fanno parte della storia di un'epoca che ha spazzato via una dittatura ed ha dato alla luce il nostro Stato democratico. La memoria è tutta importante: quella degli Stati e quella dei piccoli paesi. Remigio Ferretti ci racconta un interessante squarcio di vita cittadina. Mie le note in calce.

Monopoli è, per antica tradizione, una “città tranquilla” ché, per vari motivi, le sono estranee gravi, accese tensioni sociali e, ancor più, certe pagine di estrema violenza che hanno caratterizzato la storia, antica e recente, di altre città e paesi d'Italia. 
Riflettendo su codesta “tranquillità”, vien di pensare, ovviamente, all'indole, al carattere, alla tendenza al “privato” della nostra gente; anzi, si è tentati di cogliere, in alcuni suoi comportamenti, un senso di pigrizia o abulia, forse giunto sulle ali del vento tiepido della non molto lontana Sibari. Ma che si tratti invece di tolleranza, di pazienza, di equilibrio, tipica “misura” della migliore gente del Sud? 
E però più logico riconoscerne i motivi nelle condizioni economiche della cittadina, soddisfacenti, in relazione ad altri centri e zone della Regione, anche per la situazione geo-climatica di cui gode: la sua economia, pur risentendo dei limiti e condizionamenti di natura generale, variamente articolata e sorretta da crescente spirito di iniziativa, non patisce di forte “depressione” ed è immune, per fortuna, come nel passato, da veri e propri “traumi sociali” o duri “scontri di classe”. 
Persino durante il fascismo, avversato da pochi cittadini, coraggiosi e coerenti, certo espressione di un più largo e sommerso dissenso popolare, non si verificarono, ai soprusi dei primi “squadristi” ai fermi arbitrari e, successivamente, ai processi, alle condanne e alla detenzione di alcuni antifascisti, reazioni massicce o di estrema gravità. 
I primi seguaci del movimento fascista a Monopoli furono una trentina di giovani, di modesta estrazione sociale, quasi tutti senza fissa occupazione, desiderosi di un “cambiamento”, cui si aggiunsero alcuni reduci della guerra '15-‘18. Ad organizzarli pare sia stato un uomo venuto dal nord (forse livornese), impiegato presso la locale Società Italo-Americana per il Petrolio[1] tale Spartaco Conti; la prima sede mi dicono sia stata in via Mazzini. Questo gruppo partecipò ad alcune “spedizioni punitive” in città e nei paesi vicini, nonché alla “marcia su Roma” anche se giunse solo a San Severo, perchè ivi sorpreso dal noto epilogo “romano” della “rivoluzione”. La quantità (e qualità) degli adepti migliorò con l'adesione al fascismo dei “nazionalisti” di Federzoni[2]. Dopo l'eccidio di Matteotti, il fascismo, proprio mentre diventava “regime”, si andò imborghesendo e generalizzando, un pò per paura (nel '27 ci furono alcuni processi e condanne di noti antifascisti) un pò per necessità (obbligo della tessera per gli impiegati del pubblico impiego). Mentre alcuni “spavaldi” vivacchiavano ai margini del “partito unico”, compiendo a volte abusi, una “elite” (professionisti, industriali, benestanti, anche culturalmente dotati) ne rappresentava l'aspetto più civile, pulito e accattivante. Il fascismo in verità, nella ridente cittadina adriatica, non ebbe, come in altre zone (ad esempio in quelle, non a caso “calde”, della Murgia) una matrice “agraria”. 
Negli anni successivi alla grande crisi del '29, in particolare nel biennio 1932-33, si fece sentire anche a Monopoli la nota depressione economica che, dopo l'America, aveva colpito l'Europa e l'Italia: pesante era la disoccupazione, assai diffuso lo scontento. I gerarchi locali, divisi tra loro per questioni di potere, non riuscivano a realizzare un indispensabile piano di lavori pubblici, che desse aiuto e sollievo ad imprese e maestranze. Ed ecco che, in tale situazione di incertezza e disagio della classe dominante, un Prefetto coraggioso[3] nomina Commissario al Comune un avvocato di Monopoli, Giacomo Caracciolo[4], di ottima famiglia, onesto ed austero, ma tutt'altro che gradito agli uomini del regime, anzi, si andava sussurrando, vicino ai circoli liberal-massonici. Egli, insediatosi al Palazzo di Città, lavorando sodo, avvia importanti opere di pubblico interesse, con grande soddisfazione della cittadinanza. E’ vero che parecchie di esse sono state predisposte dal Podestà che lo ha preceduto, ma la gente, si sa, crede in ciò che vede: capannelli di cittadini si formano, per assistere ai lavori sulle banchine del porto o a quelli della pavimentazione, con mattonelle d'asfalto, delle strade intorno al “borgo” e dello “stradone”.[5]
Ma i gerarchi non se ne stanno inoperosi: non solo premono “in alto loco” per sbarazzarsi dell'incomodo Commissario Prefettizio, che rischia di compromettere il “prestigio del regime”, ma, se non inventano, è presumibile che incoraggino una certa “voce” secondo cui il discusso avvocato porterebbe “iella”.
L'operazione dei “capi” finisce con l'aver successo. Si sparge, un bel giorno del '33, in tutta Monopoli, la notizia che il Commissario Caracciolo è stato “sollevato dall'incarico”. A questo punto accade un fatto nuovo e straordinario: la popolazione si muove, si agita, organizza fitte e rumorose manifestazioni, scende compatta in piazza. La gente, soprattutto quella del vecchio abitato, fa calca in Piazza Plebiscito, minaccia di occupare il Municipio. L'ordine pubblico è turbato, le autorità si allarmano e chiedono rinforzi, che presto arrivano. C'è qualche tafferuglio, la polizia opera qualche fermo. L'idrante (quello del Comune che, d'estate, serve ad innaffiare le vie cittadine) fa il resto, spazzando via le ultime resistenze. I giochi sono fatti: il regime ha vinto, soffocando l'unico sussulto antifascista di Monopoli, “città tranquilla”.

“Puglia” del 27/7/1983.

[1] Il 4 agosto 1938 è podestà di Monopoli il dott. Alfredo Masulli, dirigente dello stabilimento divenuto nel frattempo Esso Standard. (Stefano Carbonara).
[2] Luigi Federzoni (1878-1967) è stato un uomo politico di discendenza nobile; nel 1900 si laureò in lettere all'Università di Bologna con Giosuè Carducci, conseguendo successivamente una laurea in giurisprudenza. Fu uno dei principali collaboratori di Benito Mussolini; nel 1910 fondò con Enrico Corradini l'Associazione Nazionalista Italiana nel cui ambito sostenne il gruppo de “L'idea nazionale”. Essa rifluì nel 1923 nel Partito Nazionale Fascista. Più volte Ministro delle Colonie, fu Presidente del Senato dal 1929 al 1939. Dal 1938 al 1943 fu presidente dell'Istituto Treccani. Contrario alle leggi razziali votò a favore di Grandi nel Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943.
[3]Verosimilmente si tratta del Dott. Enrico Cavalieri (Napoli, 1883-1949), Gran Cordone dell’Ordine di Skanderbeg, Ufficiale dell’Ordine Mauriziano, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia. Immesso in carriera nel 1908 per pubblico concorso, proveniente dai ruoli delle Ferrovie dello Stato. Prefetto di Bari dal luglio 1929 ad aprile 1932, gli subentrò il dott. Ernesto Perez, palermitano, che tenne la carica fino al settembre 1934. 
[4] Dall’Albo degli Avvocati Cassazionisti leggiamo Caracciolo Giacomo, nato a Viterbo il 24/1/1886 ed iscritto in data 28/3/1925 presso il foro di Bari. 
[5] Venne anche ampliato l’Ospedale San Giacomo.

7 novembre 2019

Remigio Ferretti: Lettera aperta a Giacomo Campanelli


Il prof. Giacomo Campanelli (1925-2006) è stato scrittore e protagonista della vita politica cittadina militando nella sinistra socialista. Egli ha condiviso con Remigio Ferretti l’insegnamento al Liceo Classico di Monopoli: Storia dell’Arte il primo, Lettere il secondo. Fu, quello degli anni sessanta e settanta, il periodo aureo del Liceo Classico, nel quale, inizialmente sotto la sapiente ed indimenticata guida del preside Gregorio Munno, ci fu la fortunata coincidenza di docenti di spessore ineguagliabile, come lo furono anche il prof. Menga di Storia e Filosofia e il prof. Riccardi di Greco. Tra Remigio Ferretti e Giacomo Campanelli avvenne quel “miracolo” possibile solo tra intelligenze e sensibilità superiori alla norma: due persone con esperienze, valori, idealità diverse avvertirono il loro “idem sentire”, l’amore per le loro radici, per la “monopolitanità”, proiettata nel cosmo dell’estasi artistica e della “licenza” creativa. Remigio e Giacomo: un unico grande poema da scrivere tra le stelle.

Pubblico l'affettuosa lettera che Remigio Ferretti dedicò all'amico Giacomo in occasione della pubblicazione del suo saggio "La lingua il dialetto e la letteratura" con le mie note.

Caro Giacomo, a differenza del Santo di cui porto il nome, S. Remigio[1], protettore di Parigi, io non posso fare miracoli (chè, altrimenti, ne vedresti delle belle); quindi non io ti ho salvato dal "naufragio degli intellettuali" della nostra città[2], come tu amabilmente affermi, ma tu stesso lo hai fatto, col tuo intelletto, con la tua cultura e col tuo “ésprit”, che ti fa davvero singolare, qualità tutte che, felicemente versate nel tuo libro "La lingua, il dialetto e la Letteratura"[3], lo fanno prezioso e raro. 
L'aggettivo che più spesso saliva alle mie labbra, mentre andavo leggendo e gustando il tuo lavoro, una specie di "epopea popolare" (ma "popolare" è pure la Chanson de Roland[4] e il Cid[5]), era: Delizioso! Il libro, insomma, è una delizia o, come diresti tu, "un delizio". 
Certo, sono ben noti i forzati limiti in terna di comprensione (e di divulgazione) di opere che trattano di storia patria e di dialetto. Ma la tua, non solo ferma nel tempo e nello spazio, per noi e per chi ci seguirà, tutto un mondo, quello della Monopoli del cinquantennio a cavallo del secolo, ma soprattutto scopre ed esalta le forme e il senso di una civiltà, la nostra, per nulla subalterna, antica e pur viva, sapida di sale, quello della ancestrale saggezza greca che lasciò cadere nelle nostre "scuole" e nelle nostre vie Platone, viaggiando per le nostre piaghe e quello ridanciano e caustico dì Plauto. Di tutto ciò tu offri consolante testimonianza, muovendoti, grazie al tuo “lungo studio e grande amore" con avveduta disinvoltura nei meandri dell'"isola" della nostra lingua indigena. 
Chi ti conosce, leggendo il tuo libro, non si sorprende certo della tua ottima conoscenza della letteratura italiana, latina e straniera, né della sicura perizia nel campo della musica e dell'arte. E'soprattutto incantato dal clima in cui tu cali personaggi ed eventi, un clima soffuso di levità e di grazia. La realtà (ma non solo quella cittadina), anche se amara, si riscatta e si illumina sul piano dell'arte per riverberi di fine, saputa ironia, che non risparmia neppure (tanto è proprio delle intelligenze mature) colui che quella realtà vive e fabulosamente racconta.
Le citazioni, che in molti scrittori (e oratori) sono spesso aride figlie dell'erudizione, sono da te invece usate con rara spontaneità, anzi, si adattano “naturaliter” all'elemento che ne porge l'occasione, come veli di serica trasparenza, che, leggermente rivestendolo, ne aumentano dimensione, senso e valore. 
Questo tuo andare oltre il "segno" dialettale e spaziare con voli dosati e pertinenti verso lidi più aperti e conosciuti, ti concilia un pubblico vasto e qualificato che vive, legge e giudica “extra moenia”: cosa non frequente per autori e opere di interesse locale, date anche le ovvie difficoltà fonico-grafiche del dialetto che, per una più ampia fruizione, deve far ricorso allo speciale "codice" universale. 
Che dire dell'interessante accostamento tra il dialetto di Monopoli e la lingua di Mistral[6]? O della sorprendente affinità tra le "battute" del Comico "della macina"[7] e quelle dei monopolitani "veraci", se ancora ve ne sono? 
Il tuo libro, caro Giacomo, va certo riletto e meditato. Spero anche di avere l'opportunità di parlarne insieme. Voglio ora aggiungere, a mo' di conclusione, che l'ultimo tuo capitolo è un vero gioiello: dulcis in fundo. 
La scena da te disegnata, pur ricca di figure e di fatti autentici, respira un'aria stupefatta e quasi surreale, come solo accade quando il cuore di chi scrive, rimosse ormai le spigolose acrimonie di un tempo, colmo di esperienze e ricordi che la "pietas" carezza e smorza, canta alfine con ritmo misurato e commosso: è il canto del poeta, fatto provetto dagli anni e baciato in fronte dalla Musa. 

Tuo Remigio Ferretti 

“L’Informatore” 31/1/1987 

[1] Remigio di Reims (440ca. - 533ca.) fu vescovo cattolico dell'omonima città in Francia. Viene venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Nato probabilmente a Laon attorno all'anno 440, sarebbe stato eletto vescovo di Reims all'età di 22 anni. Riuscì a convertire il re merovingio dei Franchi, Clodoveo I, alla religione cristiana, con l'aiuto della sposa di quest'ultimo, Clotilde. Il re fu battezzato il 25 dicembre 496 nella cattadrale di Reims. La leggenda vuole che lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, portasse l'olio consacrato al vescovo: la cattedrale di Reims divenne quindi in seguito il luogo privilegiato per la consacrazione dei re di Francia successivi. Remigio morì il 13 gennaio dell'anno 532 (secondo altre fonti 533). Le sue reliquie si trovano nella basilica di Saint Remi a Reims
[2] Campanelli scrisse nella dedica del volume: “A Remigio Ferretti per grazia ricevuta. Per essere stato tratto in salvo, giusto un anno fa, da un tremendo naufragio. Con la speranza che non abbia a ripensarci, dopo questo libro, per gettarmi di nuovo in mare.” 
[3] Schena Editore, 1986. 
[4] La Canzone di Rolando o Chanson de Roland, scritta intorno alla seconda metà dell'XI secolo è una chanson de geste appartenente al ciclo carolingio considerata tra le più belle opere della letteratura epica francese. La Chanson fu scritta in 4002 decasillabi raggruppati in lasse (strofe dalla lunghezza variabile) da un autore ignoto (forse Turoldo, che si nomina negli ultimi versi e probabilmente ne fu solo il compilatore) e canta la Battaglia di Roncisvalle, avvenuta il 15 agosto 778, quando la retroguardia di Carlomagno, comandata dal paladino Rolando, prefetto della Marca di Bretagna e dei suoi paladini, di ritorno da una spedizione in Spagna fu attaccata e distrutta dai baschi probabilmente alleati dei saraceni. 
[5] Il Poema del mio Cid, ovvero il Cantar de mio Cid, è un poema epico formato da 3733 versi di autore anonimo risalente al 1140 circa considerato il primo documento letterario spagnolo. In esso si narrano le imprese eroiche di Rodrigo Díaz de Bivar, il Cid Campeador (dall'arabo sayyd o sìd - signore) eroe leggendario delle lotte contro gli arabi, morto nel 1099.
[6] Frédéric Mistral (1830-1914), poeta francese, fondatore nel 1854, insieme con altri scrittori, dell'associazione denominata Félibrige, nata per promuovere l'uso della lingua provenzale moderna in letteratura. 
[7] Tito Maccio Plauto (240 a.C. circa – 184 a.C.) è stato un drammaturgo latino. Secondo lo storiografo Varrone, Plauto era un attore girovago; investiti i guadagni della sua attività teatrale in rischiose operazioni commerciali, perse tutto e fu costretto a lavorare alla macina di un mulino.

30 ottobre 2019

La "mediocritas” della classe politica



In questo articolo sull'Informatore del 18 aprile 1987 Remigio Ferretti disquisisce sulla generale "pochezza" della classe politica. Non serve rimarcare l'attualità di tali riflessioni. Mie le note in calce.

La parola "mediocrità", nel suo significato originario, non è priva di equivoche oscillazioni semantiche, anzi di “referendi[1]” contrastanti. 
“Mediocritas" per i latini, aveva infatti il senso di "moderazione", "via di mezzo", "giusta misura". 
A nobilitare ancor più l'accezione del termine, Orazio[2] lo aggettivò così: "aurea mediocritas", volendo indicare quella preziosa e rara dote umana che consiste nell'assumere, tra diversi e contrapposti pareri, persone o parti, comportamenti o decisioni ispirate a saggezza ed equilibrio. Cicerone[3], appunto, parla di "mediocritas perturbationum animi" come di "passioni moderate". 
Ma ahimè, c'è il rovescio della medaglia: i latini attribuivano alla voce "mediocritas" un senso tutt'altro che nobile, anzi decisamente deteriore. Essi intendevano la "mediocritas" come "pochezza", "inferiorità" "mancanza" di specchiate qualità, quali l'ingegno, lo spirito, la probità[4].

Divagando sul concetto di "mediocrità", riandiamo col pensiero alla scuola, quella di parecchi anni fa, e ai giudizi sulla capacità e il rendimento degli alunni meno provveduti e studiosi: non spirava ancora il folle vento dei "voto politico" e il punto più basso non era “fatalmente” il "sei". Un ragazzo “mediocre”meritava “cinque” ed era non idoneo alla promozione. 

Ma perché questo non breve preambolo? Ora entriamo “in medias (!) res[5]”. Il significato, per nulla lusinghiero, del latino "mediocritas" pare si attagli, da un pò d'anni, salvo alcune rispettabili eccezioni, alla classe politico-amministrativa di Monopoli. 
Ne sono chiari indizi il tono del Consiglio Comunale, lo sfascio di certi Partiti, la carenza di cultura e di capacità rappresentativa in parecchi esponenti del "milieu[6]" politico e amministrativo in senso lato e, quel che è peggio, la mancanza di trasparenza di alcune decisioni e comportamenti, in un clima di ammiccamenti, compromessi, risse indecorose, oppure di congiure segrete, che pare non siano più di moda neppure nelle più tenebrose logge massoniche. 
E ciò, nella più assoluta indifferenza o ignoranza della grande maggioranza dei cittadini, che, anzi, spesso premia con largo suffragio chi non se lo merita. 
"O gran bontà dei cavalieri antichi[7]"! O quanto illustri i sindaci del lontano passato, quali Attilio Sanvito[8], penalista di fama, spirito pronto e pungente, o Paolo Vadalà[9], intelligente e coraggioso, il cui ottimo ricordo è legato alle dolorose vicende della città durante la I guerra mondiale, o, addirittura, il barone Tommaso Ghezzi Petraroli[10], eroe e martire del Risorgimento, ma anche “penna d'oro” e ottimo oratore, che, quando scriveva o parlava, mostrava di conoscere alla perfezione grammatica e sintassi, oltre che tutte le finezze e gli accorgimenti della lezione dei classici latini e italiani. 
Le voci che si levano oggi ad invocare maggiore linearità di lotta e migliore capacità interpretativa delle reali esigenze del paese sono disattese, anzi echeggiano nel vasto deserto dell'apatia e del silenzio, perché volte a turbare gli “organigrammi” degli “addetti ai lavori”, impegnati a lottizzare le varie poltrone secondo il gioco delle correnti, rimossi puntualmente i criteri del merito e della professionalità. Le contingenti “alleanze” spesso si stringono attorno a tavole ben imbandite, a sanare le fratture e i litigi che hanno avuto luogo, magari la sera prima, nelle sedi pertinenti, “là dove il destino dei popoli si cova[11]”. 
Su quelle frequenti mense, spesso degne di Trimalcione o di Lucullo[12], splendono certo le luci del neon, ma neppure un pallido raggio delle nobili, antiche ideologie, che sembrano ormai destinate, a Monopoli e, purtroppo, in Italia al loro ultimo ricetto: il Museo delle Curiosità.


[1] In semantica il veicolo, lo strumento, di un atto di riferimento, cioè il lato fonologico di un vocabolo, detto anche significante. 
[2] Odi, II,10,5. ispirandosi alla filosofia epicurea. 
[3] Rhetorica, Tusculanae Disputationes, 3,22. ed anche il De Officiis, I,36. 
[4] I due significati paiono convivere fino al Rinascimento: Tasso nel dialogo “Il Porzio o de la Virtù” cita spesso il termine nell’accezione positiva; il trattatista Cesare Ripa (Giovanni Campani ca.1560-1623) ricorre alla rappresentazione della mediocritas prima come una donna che con una mano trattiene un leone con una catena e con l’altra un agnello legato solo di una corda sottile, poi con una donna alata che si solleva indicando con una mano la terra e con l’altra il cielo con l’iscrizione medio tutissimus ibis (“nel mezzo camminerai sicurissimo” da Ovidio, Metamorfosi, II, 137), rappresentando metaforicamente il giusto equilibrio tra forza e mansuetudine, tra realtà e spiritualità. (Iconologia). 
[5] Nel mezzo delle cose, nel vivo del discorso (Orazio, Ars poetica, v. 148). 
[6] Ambiente. 
[7] L.Ariosto (Orlando furioso, I, 22, v. 1) 
[8] Il Cav.Avv. Attilio Sanvito è stato Sindaco di Monopoli per due volte: nel 1887 e nel 1901-1903. 
[9] Sindaco dal 1915 al 1920. Nel periodo bellico si impegnò personalmente per far fronte alla carenza di beni di prima necessità: in più di una occasione in sella ad un mulo si recò sino a Putignano per procurare la farina di frumento. 
[10] Sindaco dal 1826 al 1831. 
[11] Giuseppe Parini “Le Odi – La Caduta”, 61-64. 
[12] Il primo è il protagonista di un episodio del Satyricon di Lucio Petronio Arbitro scrittore latino vissuto fino al 66 d.c., “La cena di Trimalcione”, dove il padrone di casa ospita commensali che disquisiscono sul destino degli uomini senza interrompere il banchetto; Lucio Licinio Lucullo (ca.110-56 a.c.) era un generale romano che accumulò grandi ricchezze durante la sua attività militare e, una volta ritiratosi, dette inizio a una serie rimasta proverbiale di incredibili pranzi.

27 ottobre 2019

L'avvelenata (scusa compagno Guccini)


Adagiati su questa Sfera
grattiamo una vita
che non meritiamo
mentre intorno
schiuma torbida
infrange crudeltà.

E mi torna nitido
eco dalle sabbie
l'anatema dell'Esodo:
come magma ribollente
stura una rabbia scomposta.

VOI affogatori di migranti
Caronte vi anneghi
in un lago di feci.

VOI lugubri dittatori
signori della guerra
Lucifero vi schiacci le teste
ed esse ricrescano
e ancora ve le schianti.

VOI mafiosi camorristi
assassini col rolex
che Buddha vi trasmigri
in immonde larve
più ricche di nobiltà.

VOI razzisti fascisti
picchiatori odiatori
che la dea Kalì
vi tagli le gole
querulanti un perdono.

VOI lacchè della politica
macchiette genuflesse
striscerete carponi
su sentieri di spine.

VOI Consigli d'Amministrazione
ricettacoli di evasori
ingoierete bramosi
il vostro lurido denaro
fino a far esplodere
le fetide ventri.

VOI ignavi benpensanti
nel vostro focolare
"sono d'accordo MA
condanno MA
tutto giusto MA"
la meschina bieca
banalità del MA

andrete per mare
abbruciati assetati
cercando una terra
che non vi accoglierà.

16 ottobre 2019

Naufragio a Lampedusa: Abbracci



Mamma sto bene
perché mi stringi così?
Non sento più gli spari
le grida
non sento più il tuo affanno
sono tranquillo ora
Stiamo arrivando vero?
Mi porti in un posto sicuro
dove avrò tanti amici
mi farai conoscere papà,
corso via prima di noi.
Mamma ma perché mi stringi?
Non mi perderai ora
Sarò con te nella tua nuova vita.
Andrò in una scuola
linda e ordinata
dove imparerò una lingua strana
e giocherò a pallone
o a qualsiasi cosa.
Mamma non sento la tua voce
ma mi stringi ancora.
Forse sei stanca
dopo tanto fuggire.
Dormi con me
stringimi ancora
ho un po’ di freddo
ma presto passerà.

13 ottobre 2019

Madre



La tua testa sulla spalla
dolcemente accarezzavo
ti raccontavo
e forse inventavo
le storie più strane

ti parlavo di Francesco
che più strano non si può
ma per te era solo il Papa

facevamo i cruciverba
e ti chiedevo la parola
che fingevo di ignorare

giocavamo alla tombola
e vincevi caramelle
che regalavo di nascosto

ti ho portato in giro
a mostrarti un paese
che non riconoscevi
e ti mostravo il tuo passato

in pochi anni
ti ho ripreso appieno
nei miei pensieri più profondi

ho capito quanta forza
hai avuto e donato
a me solo un decimo è servito.

Grazie madre
mi hai concesso
il tuo ultimo pezzo di strada

lo serbo con fervore
e tu da quel mondo sconosciuto
so che vibri per la mia vita.

9 ottobre 2019

Corsi e ricorsi storici: Monopoli contro i fumi



In questo articolo del 1951 Remigio Ferretti parla in tono semiserio del problema relativo alla produzione industriale della Cementeria che provocava ricadute di fumi e polvere sulla città. Questo dimostra come già da quei tempi emergeva la condizione umana di ricatto tra sviluppo/occupazione e minacce alla salute o quantomeno abbassamento della qualità della vita dei cittadini, tema che ci occupa in questi giorni per i disturbi olfattivi. Le mie note a margine.

Monopoli “città unica” 

Quasi tutte le città vantano qualcosa di “speciale”, di “caratteristico”. Alba[1] (nessun riferimento alla locale Democrazia Cristiana) i tartufi; Benevento, il torrone; Napoli, su ordinazione degli innamorati, serenate, nonché sole e luna sciolti e in pacchetti (quel sentimentale di Tanino mi perdoni l'irriverenza); Polignano la “grotta Palazzese” e il ragionier Palladino; il vicino regno di Fasano è all'avanguardia dell’emancipazione femminile (vatti a fidare del sesso forte); Castellana le grotte, poi le grotte, oltre a una distesa infinita di GROTTE! 
Monopoli però, cari amici, non è come pare vogliate insinuare, proprio l'ultima delle consorelle pugliesi, perchè anch'essa per una sua “specialità” stava per conseguire un meraviglioso “brevetto”. 
Monopoli era lì lì per brevettare un “sistema” infallibile, più del callifugo Bertelli (un minuto di raccoglimento per le “cipolle” del professor Annese!) o del Bipantol per la calvizie (vedi chioma al neon del farmacista Mastronardi), il “sistema” di pigliare con disinvoltura ed eleganza le più solenni “fregature”. 
Sta ai tecnici (quelli della Terra Santa) rendere noti i particolari del “sistema”; pare si tratti di un “complesso” a sfondo collettivo emozionale che si risolve, per iniziativa di “pochi agenti” in un generale “pigliare in cura” (ottima a riguardo la lumeggiata teoria del Di Palma, l'elegante re del petrolio, sempre ed ovunque “presepio”) i problemi locali e aspettare poi un paio di annetti, mentre i “pochi agenti” badano ai fatti propri. 
L'importante è, mentre si è fregati, sorridere con indifferenza ed ancheggiare mollemente. Se qualcuno, vincendo l’inerzia e il timore dei più, si sforza di far capire a Roma o a Bari che da Monopoli non si prende affatto la coincidenza per Macallè[2], questo qualcuno viene additato dagli autori del “brevetto” (i soliti tipi “di una certa esperienza”, infallibili e pseudo-astuti) come elemento pericoloso. 
Applicazione pratica del “brevetto”: la faccenda del cemento. 
Il Cemento[3] (Stromboli? Vesuvio? Etna?) fa lavorare cento operai, vivere cento famiglie, è fonte di attività e benessere, è come un padre amorevole e generoso(?) anche se, (poverino!!!) pare sia in deficit e non smerci(!!!) come dovrebbe (i camion che a decine fanno la fila sono solo un miraggio)! Che importa allora se 35.000 persone (comprese le famiglie degli operai) quotidianamente sono avvelenati dal pulviscolo siliceo dei fumaioli, vomitato a torrenti sulla città? Che importa se le massaie non possono più fare la conserva, sciorinare i panni, tenere pulite le case? 
Se fosse fresca la lettura di Young o Gray o Pindemonte[4], finirei con la visione apocalittica di Monopoli del 2500 come Ercolano quasi sepolta in un mare di cemento, ma la esigenza di non scomodare i grandi mi suggerisce l'immagine di Monopoli, nell'atto di prendere con gusto e filosofia e secondo l'applicazione del “brevetto” infausto dei “sapientoni”, la fregatura del cemento. Sino a quando? Anche qui aspetteremo come sempre la manna dall'alto? E al prossimo comitato di “fumo e fastidi” vi sarà (viva la Confindustria!) un altro licenziamento? Durerà ancora il gioco tragico che scherza con la fame da una parte e con la salute dei monopolitani dall'altra? 
In compenso abbiamo qui a Monopoli chi bacia la mano alle signore con estatica raffinatezza, chi conosce le più ardite malizie della calunnia, della maldicenza e del pettegolezzo, chi dichiara venticinque volte al giorno di essere “onesto” e non ha mai mosso un dito per un suo simile, chi si proclama giusto pur calpestando il suo operaio, chi infine tace per ignavia o per…abitudine. 
E non son queste altrettante infauste “specialità”? 
E allora? 
No, amici, non è solo così. 
La maggioranza del nostro popolo è sana ed ha capito, e di tali “specialità” non ne vuol più sapere. Non mancano infatti i segni del risveglio. 
Monopoli, che sino a qualche mese fa era un cimitero, scuote pian piano da sé la sua sonnolenza, in parte colpevole, e per le strade (ahimè zeppe di fossi) qualche essere umano lavora. Ma quanto c'e da fare. E si farà solo che il popolo monopolitano lo vorrà! 
Così la nostra Monopoli tornerà la gemma delle Puglie, sarà davvero “città unica” non nella indifferenza e nel sopore, ma nell'attività molteplice, nel senso di civica responsabilità, nel benessere dei suoi figli, nella luce ideale e propizia delle tre rose bianche nel suo rosso stemma. 

“Il Filippetto” del 8/4/1951 

[1] In questo divertente pezzo Ferretti cita alcuni personaggi del tempo: Enrico Alba, Tanino Sorino, Franchino Annese, Peppino Mastronardi. 
[2] Città dell’Etiopia a 650 km. a nord di Addis-Abeba famosa per l’assedio del 1896 al suo forte difeso dal maggiore italiano Giuseppe Galliano. 
[3] Nel 1889, il Consiglio Comunale di Monopoli (Sindaco Raffaele Sanvito), approva il progetto per la costruzione del Macello comunale, deliberando la riduzione ad uso di macello pubblico di alcuni locali siti a Cala Rossa, alle Fontanelle, di proprietà della stessa Amministrazione Municipale, prevedendo di questi l’ampliamento. L’edificio, della riviera di ponente, occupa un tratto di costa relativamente bassa caratterizzata solo da insediamenti rari, di natura rurale. La diga di Tramontana sarà realizzata solo nei primi anni del ‘900. Dieci anni dopo, nel 1899, l’Amministrazione decide di dotare la città di una illuminazione soddisfacente ai moderni bisogni e dà il via all’iter burocratico per la realizzazione della prima Centrale Elettrica di Monopoli. La scelta della posizione dell’officina elettrica ricade, su località Fontanelle: il settore costiero a nord ovest della città, negli anni a seguire, ospiterà per vocazione tutti i primi insediamenti industriali della città. La “Società Anonima Cementi e Affini” venne fondata nel 1912 da alcuni imprenditori locali. In esecuzione della delibera del Consiglio Comunale del 9 dicembre 1912, il 2 febbraio 1913, fu stipulato un regolare contratto, presso il notaio Dalena, per l’alienazione alla Società Anonima Cementi e Affini di Monopoli, di un suolo in località Fontanelle/Macello. La Giunta (Sindaco Giuseppe Pugliese) deliberò che …Visto che il pubblico macello in seguito alla costruzione della diga di tramontana è venuto a trovarsi nel Porto e dall’Autorità Marittima si è lamentato l’inconveniente che le acque di rifiuto dello stesso inquinano quelle del porto. Considerato che col sorgere gli stabilimenti del petrolio e del cemento, nonché molte abitazioni in quel versante a breve distanza dal macello, ragioni di igiene consigliano che questo sia spostato di là e che si provveda alla costruzione di un nuovo macello con le facilitazioni che accorda il Governo ...di dare l’incarico all’ing. Chirulli Giuseppe di redigere nel più breve tempo possibile il progetto per la costruzione di un nuovo macello a scirocco dell’abitato. Alla fine degli anni trenta, alla Società Anonima Cementi e Affini di Monopoli, nella proprietà, subentra la Italcementi S.p.A. che smantella il vecchio cementificio e, con un progetto del 31 ottobre 1940, rinnova completamente l’impianto. 
[4] Edward Young (1683-1765) poeta britannico noto per l’elegia sepolcrale “Pensieri notturni o il lamento”; Thomas Gray (1716-1771) poeta britannico anche lui noto per un poema sepolcrale: “Elegia scritta in un cimitero campestre” che influenzò molto il nostro Ugo Foscolo; Ippolito Pindemonte (1753-1828) poeta amico del Foscolo che gli dedicò i Sepolcri, interruppe il componimento “Cimiteri” quando seppe dell’opera foscoliana; famosa la sua traduzione dell’Odissea. 

23 settembre 2019

Aliante



Librarsi
come furioso aliante
sul verso curioso del mondo
schiavo delle curve ancestrali
che disegnano le nubi e il mare
amanti sopraffine
su questo pianeta prostrato

pareti di cielo
corazzano l'anima flessa
mentre l'io primordiale
plana nella valle
annaspando voluttà
inspirando silenzi
accogliendo vita.

20 settembre 2019

Le porte di Asgard


Carrucole celesti
trascinano storie
dal bordo corrugato.

Corde affilate
scavano piaghe
sul dorso del tempo.

Mi lascio ghermire
bramoso di un senso
nutrito nell'ombra.

Odino sancirà
se sarò carne viva
o Totalmente Altro.

13 settembre 2019

Cristian e Piero






Quando la vita ci sfila, sordida, delle anime adolescenti, per un destino sempre incomprensibile, in quel momento essi diventano i figli di tutti noi. Dopo aver racchiuso il nostro piccolo dolore, incomparabile a quello delle famiglie colpite, in uno scrigno di rispettoso silenzio, è emerso il desiderio di stringere tutti i ragazzi in un abbraccio senza fine. A loro è dedicato questo splendido video realizzato da Enzo Romeo, così come leggo dai titoli di coda, con le parole di Roberto Vecchioni. I miei piccoli pensieri, solo in fondo, sono quelli di tutti i papà di Monopoli.

Si tengono per mano

li portiamo nello sguardo
si tengono per voce
li portiamo nella notte

si tengono per gli occhi
hanno voce nel silenzio
il silenzio delle voci
la notte delle notti

hanno il respiro decimato
di un sogno diroccato
hanno il foglio immacolato
di un romanzo abbandonato

hanno vento nelle gambe
quelle gambe sorridenti
quelle gambe sbarazzine
quelle gambe inanimate
quelle gambe disperate

c’era un mondo da inseguire
c’era un vuoto da colmare
ora il vuoto ci è scoppiato
ed il mondo si è fermato

hanno preso l’infinito
sollevato su nel cielo
inghiottito nell’azzurro

hanno sciolto i loro nodi

ora baciano le stelle
innamorati della luce

ora giocano a calcetto
nella squadra degli alianti

e si tengono per mano.

6 settembre 2019

Perfect (*)




Quando chiudo gli occhi
in qualsiasi posto nel mondo
una melodia incalzante
avvolge le sue spire

e mi ritrovo a ballare
con te abbracciato

e le pareti ribaltano
e il soffitto decolla
e il mare s'azzuffa

e le stelle cantano
brillanti coriste

il buio non è più buio
la notte scompaginata
rincorsa dall’alba

il cielo è tutto cielo
danziamo leggeri
collo su collo
petto su petto

mi gira tutto intorno
ma non voglio che si fermi
la mia trottola vitale
il mio compasso d’amore

non ti staccare mai
tieni stretta la presa
tienimi con te
voglio ballare fino al sole

collo su collo
petto su petto
con te fino alla fine.


(*) Ispirata dalla hit di Ed Sheeran

29 agosto 2019

Ma noi, mio cuore (*)



E’ accaduto l’altro ieri
o forse in cima al mare
quando girava Perfect
ed eravamo già partiti
perfetti sconosciuti.

Ci hanno sbeffeggiati
per un mito inopportuno
e ci siamo piegati
al nostro mentore
alcova di altri miti.

Ci hanno deviato
dal nostro binario
scarrozzato fuori luogo
in pasto alle belve,
abbiamo resistito
con fragile dispetto
forti, avulsi, mascherati.

Ma noi, mio cuore,
abbiamo un altro passo
agganciamo aquiloni
tenuti nelle ali
giochiamo a rimpiattino
fra i crateri della luna
e ci siamo corsi dentro.

E’ accaduto forse ieri
ma eravamo già in piedi
a cercare un senso
fra le rughe di un volto,
scagliavamo idee
in un cielo di sassi.

Poi ti sei fermato
alle porte del Tempo
un’anima colorata
di mille arcobaleni
ti ha stretto tra le mani
sussurrandoti il destino
su quella strada di luce.

Ma noi, mio cuore,
abbiamo un altro passo
accarezziamo tramonti
spinti nelle tasche
cuciti sulle gote
veloci su nubi gentili
e ci siamo corsi dentro.

E’ accaduto forse chissà?
ma ci inseguiva il buio
urlando le nostre colpe
le cercavamo disperati
in un tombino di vita.

Poi mi hai trascinato
ancora sul selciato
hai detto “guarda su”
una polvere di stelle
ci copre le ferite.

Ma noi, mio cuore,
abbiamo un altro passo
grattiamo le risposte
con le unghie sanguinanti
e ci siamo corsi dentro

aggrappati a un vento cieco
che ci soffierà lontano.

(*) E’ lo stesso titolo di una poesia scritta da Remigio Ferretti pubblicata nella raccolta “Ballata al vespro” - 1965.

28 agosto 2019

La Macchina Perfetta (3)


Furono giornate pesanti quelle che seguirono. Alessandro precipitò in una abulia senza fine e le ore in quel maledetto ufficio, per Loredana, non passavano mai.
A settembre fece la scoperta definitiva.
Con il mouse cliccò su una finestra che non aveva mai usato.
Ma perchè non l'aveva mai usata?
Scoprì che, ad insaputa di tutti, Alessandro l'aveva abilitata a potere 9: lo stesso del Presidente!
Quindi quella finestra prima non l'aveva proprio.
Fra le scelte di quella finestra ce n'era una che si chiamava "PROGRAMMA".
Cliccò.
C'era una sottoscelta: "STATO D'ANIMO".
Cliccò.
Si aprì una specie di ventaglio con tutte le umane possibili manifestazioni del proprio stato mentale.
Scelse "ALLEGRO" e cliccò.
Si aprì una finestra: "VUOI INSERIRLO COME STATO D'ANIMO PREDEFINITO?"
Rispose "SI" e cliccò.
Subito Alessandro ebbe come uno scossone, ronzò per circa cinque minuti e subito dopo cominciò a raccontare barzellette. Sul display brillava la scritta "ALLEGRO".
Loredana schioccò le dita: "Ah Finalmente!. Non ne potevo proprio più."
"Alessandro, come va la vita?"
"Il concetto di vita esula dal mio programma. In ogni modo, posso dire che mi sento in gran forma."
"Benissimo, allora vedi di farmi passare più in fretta questo tempo, prima che possa andarmene a casa. La mia vita è già molto grama!"
E giù a fare il buffone.
Ma sul display, nascosto da una tendina fatta calare artatamente da Alessandro, c'era scritto: "BUGIARDO".
Accadde un giorno di Novembre.
Loredana non lo aveva notato entrando, ma non ci aveva fatto caso. Probabilmente era stato chiamato dal Presidente. A volte mancava per ore, quando era utilizzato in altri uffici. Poi, sul tardi, dopo parecchie chiamate da parte di colleghi che lo reclamavano, cominciò a preoccuparsi.
"Gianluca, hai visto Alessandro?"
"No, non è da te?"
"No, non lo vedo da ieri sera."
"E' strano. Lo cercano un pò tutti."
"Non sarà per caso in Archivio?"
"Vogliamo andare a vedere insieme?"
"Ok."
Scesero nel seminterrato e aprirono la porta dell'Archivio. Quel luogo era permeato di un odore intenso di carta e inchiostro. Non tutto era stato ancora riclassificato in "files". Una buona parte era ancora conservato in buste. Cataste di pratiche erano sistemate lungo tutte le pareti. Sembrava tutto tranquillo. In un angolo c'era la porta dei quadri elettrici, e subito accanto, quella dei servizi. Entrarono nella prima.
Vuota.
Entrarono nella seconda.
Vuota, se si esclude un enorme cassonetto per i rifiuti.
"Non vorrei pensare che lo abbiano rapito", disse Gianluca.
"Ma stai scherzando? Una macchina? E per farci cosa?"
"Una macchina si, ma che vale miliardi. Potrebbero chiedere un riscatto."
"A volte credo che siate tutti un pò pazzi..."
Stavano per rifare le scale quando Loredana ebbe un sospetto. Come una voce dal di dentro.
Corse indietro verso la stanza dei servizi, prese una sedia, la appoggiò contro il cassonetto e vi salì sopra, sporgendosi contro l'apertura.
Era lì.
Silenzioso, immobile, con la parte superiore leggermente inclinata.
"Gianluca! Ho trovato Alessandro!"
Accorsero dopo poco tempo tutti i colleghi.
Nessuno sapeva spiegarsi l'accaduto.
Come aveva fatto Alessandro ad entrare nel cassonetto? Qualcuno lo aveva nascosto? E perchè tanta crudeltà? In fondo era solo una macchina.
Queste domande vagolavano per la stanza, quando, improvvisamente, il brusio si spense. Era arrivato il Presidente.
"Signor Ricci, ma non ci avevano assicurato che Alfa 7459bis (era la prima volta che Loredana sentiva il nome di Alessandro in codice) era praticamente indistruttibile?"
"Così, in effetti, ci hanno detto. Ma noi la stavamo appunto testando."
"Cosa vuol dire, che siamo stati più bravi noi a romperla che la Havelett & Bridge a costruirla?"
"Sembrerebbe di si."
Il Presidente ebbe un moto di stizza.
"Telefonerò personalmente al Direttore della Società per fargli le mie rimostranze e per chiedere che ce lo sostituiscano immediatamente, con un modello più aggiornato. Forza, adesso ritornate tutti a lavorare."
"E voi," - rivolto a due inservienti - "tirate fuori quella macchina da lì e portatela via."
Rimasero solo Loredana e Gianluca.
"E lei signorina? Non ha nulla da fare?"
"La deve capire, Signor Presidente", intervenne Gianluca, "ci ha lavorato insieme per un anno."
Uscirono.
Loredana stette per un pò pensierosa, poi risalì sulla sedia appoggiata al cassonetto.
"Povero Alessandro" - pensò - "i tuoi programmatori tutto avevano previsto, meno che potessi innamorarti."
Accarezzò con tenerezza quell'ammasso di lamiera ormai inerte.
Gli inservienti sollevarono Alessandro e lo poggiarono su una barella.
Quando passò davanti a lei fece in tempo a vedere il display.
Quasi invisibile si leggeva con caratteri sfocati: "FELICE".
Era una giornata grigia e piovosa.
Di quelle che non ti aspetti possa capitare alcunchè di nuovo, che tutto sia destinato a rimanere impantanato nella monotonia.
Loredana spense la luce ed uscì.

La Macchina Perfetta (2)


I giorni passarono e Loredana scoprì davvero altre cose su Alessandro.
Per esempio, la mattina quando arrivava e gli rivolgeva la parola, dopo la ricerca antivirus, sulla fessura centrale poteva leggere la parola "PRONTO". In seguito capì che in quella fessura poteva leggere tutte le "sensazioni" che provava Alessandro e che potevano essere riassunte in una parola sola. Aveva potuto leggere "NORMALE", "NERVOSO", "AFFATICATO", "ANNOIATO", "SERENO".
Fu un pomeriggio di Gennaio che Loredana stiracchiandosi sulla sedia accavallò le gambe facendo risalire notevolmente la minigonna e rivelando, quindi, buona parte di epidermide.
Tanto, era sola.
La Cosa ronzò.
Era la prima volta che la vedeva lavorare senza essere stata interpellata.
"Cosa c'è, Alessandro?"
"Solo un'interferenza elettrica, Loredana. Nessun problema."
Ma sul display comparve: "IMBARAZZATO".
Loredana rimase di stucco. Era una bella donna ed era conscia di fare un certo effetto sugli uomini che la guardavano, ma non pensava di avere altrettanto successo con le macchine.
"Non è possibile", pensò.
"Eppure..."
Riprese a lavorare ma il suo pensiero era fisso.
Dopo qualche minuto si alzò ed andò a sedersi vicino a Alessandro, appollaiata sulla scrivania e con una gamba penzoloni.
"Alessandro ti piace la collana che indosso oggi?" sporgendo la generosa scollatura.
"Be...Bellissima. Ma qualsiasi cosa indossata da te diventa stupenda."
Sul display comparve "GALANTE".
Loredana sorrise, compiaciuta.
Nei giorni successivi Alessandro sembrava diverso dal solito. Lavorava come un invasato e sul display non compariva mai la parola "STANCO". Ogni volta che Loredana gli si avvicinava, ronzava di gioia, diventava spiritoso e faceva il buffone.
Arrivò la primavera e Alessandro ebbe per la prima volta la sensazione del tempo che passava.
Nel suo ruolo di computer aveva un rapporto con il tempo solo in funzione di vigilanza sulle scadenze che c'erano da rispettare. Ma i dolci tepori, i profumi, le sonnolenze, non li aveva mai ritenuti meritevoli di considerazione.
Loredana ricevette una telefonata.
La sua vita sentimentale non era, come si dice, rose e fiori.
Veniva da una storia di quelle nate storte. Le era rimasto un grande vuoto dentro per quello che poteva essere, e non era stato, per un'inezia, un problema inconsistente, un complesso di difficoltà stupide ma inestricabili che solo gli esseri umani, talmente complicati, riescono a mettere in piedi.
La telefonata parlava di tutto ciò.
Alessandro, nel suo cantuccio faceva finta di lavorare come un ossesso, ma non poteva fare a meno di ascoltare la sua collega che soffriva, imprecava, ribatteva colpo su colpo, come in quelle giornate di temporale dove gli scogli respingono con forza la pressione feroce delle onde e poi, soccombendo, si fanno sommergere, spossati, di fronte alla potenza.
Che stava succedendo in quell'impressionante cumulo di cibernetica? Quali pensieri irrazionali attraversavano i suoi chilometri di memoria RAM?
Chissà!
Certo è che sul display apparve all'improvviso "INNAMORATO".
Alessandro si allontanò per non farsi notare.
Non era facile per una macchina, per quanto perfetta, gestire una situazione del genere. Non era stata inserita la possibilità di innamorarsi nel suo programma operativo.
Era in crisi, perchè pensava di non svolgere correttamente il compito per il quale era stata creata.
Cercò per qualche tempo di resistere a tutte le tentazioni.
Lavorava con lo sguardo fisso davanti a sè. Quando Loredana le rivolgeva la parola, rispondeva a monosillabi, oppure con brevi frasi di argomento strettamente professionale.
Loredana si accorse che il comportamento del suo collega elettronico era cambiato. Ma la situazione la intrigava troppo. Perchè ora Alessandro sembrava indifferente nei suoi confronti?
Sembrava.
Bastava che lei mettesse in campo tutta la sua capacità seduttiva e Alessandro ritornava a esserne succube. Loredana lo considerava un piacevole gioco per far passare più velocemente le ore lavorative, e il fatto che Alessandro fosse solo una macchina, per quanto perfetta, le consentiva di non avere scrupoli.
All'inizio dell'estate Alessandro, occupando anche una parte mai toccata della sua poderosa memoria, prese coraggio e disse:
"Loredana...posso parlarti?"
"Cosa c'e, Alessandro?"
"Io vo...vorrei dirti che credo di essermi innamorato di te."
"Ma...non è possibile...!"
"Senti, io non so come possa essere successo, ma io non faccio che pensare a te. Non mi interessa più niente del lavoro: io vivo per quei momenti che passiamo insieme. Amo il tuo viso, la tua voce, il tuo modo di muoverti, le tue lacrime e i tuoi momenti di gioia. Voglio dividere il mio tempo con te, per sempre."
"Senti Alessandro, io sono lusingata di tutto ciò, ma tu devi capire che non sei un essere umano...cioè, io non potrei...E poi non sei padrone di te stesso, hai un contratto in esclusiva con la Havelett & Bridge Corporation..."
"Non mi interessa nulla. Ciò che voglio sei tu."
"Alessandro, non averne a male, ma tra noi non ci può essere futuro. Abbiamo due strade diverse da percorrere."
Alessandro non insisté. Sul display comparve "DELUSO". Ma capì nel profondo del suo cuore di alluminio che Loredana aveva ragione.