14 gennaio 2022

Presentazione di "Dissonanti sinapsi" - Biblioteca Rendella - Recensione Lorenzo Di Bello



Ferruccio, che io conosco dall’infanzia e con cui sono cresciuto, ha avuto la fortuna di avere due straordinari genitori: sua madre Gemma e suo padre Remigio.
Gemma, una donna che Ferruccio celebra e descrive pubblicamente come donna coraggiosa, dal carattere forte e con animo nobile e spirito antifascista nei versi, non compresi in Dissonanti Sinapsi, "C’era la guerra / c’erano le bombe/ poco più che ragazzina/ hai salvato tanti soldati/gli hai portato vestiti, pane, acqua/ li hai nascosti / li hai protetti/ …… mi hai donato la vita/ mi hai donato la tua forza/ ……grande donna, grande anima".
Remigio, il padre Professore, Avvocato, Sindaco di Monopoli, letterato e apprezzato Poeta. Due genitori che risultano essere stati protagonisti della storia democratica della ricostruzione post bellica della nostra Monopoli.
Ferruccio ha sempre vissuto nella sua Monopoli tranne gli anni di studio a Siena per il corso di laurea all’università, per cui è senza dubbio un Monopolitano verace.
La raccolta Dissonanti Sinapsi è stata elaborata nel corso degli ultimi dieci anni, nella piena sua maturità, con sincera onestà intellettuale e morale.
Affascina e coinvolge da subito il lettore che agevolmente senza sforzo si accorge in un crescendo boleriano della autenticità e della originalità del suo pensiero e della sua filosofia sottesa in ogni verso.
La sua è essenzialmente poesia passionale e di speranza in un sempre migliore esito delle umane sorti e progressive, ed alcuni versi in particolare sono emblematici e significativi che mi piace richiamare tra questi:
In IL TRAPEZISTA pag. 13: “…sono pronto mi lancio con te nell’infinito amico trapezio ignaro del mio folle desiderio” che ricorda l’uomo sul filo del padre Remigio.
In DISSONANTI SINAPSI pag. 53: “la notte farfuglia blesa, sminuzzata sotto estranee coltri balbetto inerme scriccioli d’ansia”.
In LA MIA ULTIMA NOTTE CON TE pag. 52 dove la notte ha tirato il sipario sulla scena del poeta: "ora il proscenio attende l’ingresso della vita”.
Ma con una totale voglia, forza e interesse a riprendere all’alba il suo percorso in L’ULTIMA POESIA pag. 39:   “Quando scriverò l’ultima poesia non lo saprai ma te la canterò per sempre all’alba di un sole malato radioso di piattezza grigia”.
Per ritrovare luce in ESISTE UN LUOGO pag. 73: "non rassegnandosi al buio incendiandosi e ardendo di piombo fuso squarciando le vene donando passione e piacere fino all’ultimo sussulto”.
E Ferruccio non delude nel volersi esprimere senza riserve intero, integro e ignudo.
Ciò rileva una ricerca di affermazione di libertà che trasuda nei versi e presidia la sua esistenza di uomo e di poeta libero da infingimenti e contaminazioni dell’etica perbenista, e senza il timore di urtare la suscettibilità del potere costituito.
Lontano da Ferruccio è il bisogno di fede nell’assoluto come di lanciare superiori ed estremi messaggi filosofici e meno che mai operare un sindacato verso i limiti della società.
Le sue osservazioni sulla finitezza dell’uomo e di sé stesso sono protese a cogliere i limiti dell’esistenza con uno slancio verso l’ALTRO con cui non vi è soltanto il comune dannato destino da vivere, ma una visione onirica con una linfa speranzosa e ottimistica per il futuro del mondo.
La sua poesia è foriera di una sconvolgente rappresentazione poeticamente ed efficacemente direi su/realistica che viene ad emergere con tutta la forza dell’anima e delle esperienze vissute.
Una poesia non ermetica ma più vicina al surrealismo e nella quale l’aspetto fondamentale del suo pensiero è dato dal trasformare l’uomo e il mondo in uno slancio centripeto verso la progressiva offerta di umanità e nel sentimento catalizzatore della fraternità umana con una pelvica e sotterranea vena di ricerca per la conservazione dei valori nel confronto con la donna complice.
Ferruccio che ha avuto un destino maschio con un fratello Furio e due figli maschi, Remigio e Valerio, riesce ad esprimere una costante lucida capacità di comprendere la forza della donna quale rappresentante dell’amore universale e complice femminile nella ricerca delle risposte da dare con i suoi versi.
I suoi versi che si sviluppano come lampi illuminanti nella escatologica corrispondenza costante con una LEI quale compagna di viaggio e complice rassicurante per la sua esistenza, ma invero, sottacciono una evidente finzione. Infatti, non è la donna (il mondo femminile) ma la realtà sociale e le vicende e i sentimenti comuni che rappresentano la ragione dei suoi pensieri. Ciò attraverso immagini in cui vengono figurati, sebbene in formato dialogante e nel confronto con l’ALTRA, trasmodanti visioni persino cosmiche dove trovare soluzioni e risposte. La donna viene raffigurata nella femmina-natura, in colei che nelle sue ardenti contraddizioni raduna in sè e concilia ogni aspetto della vita cosmica.
E tale obiettivo viene perseguito con i logos delle libere sequenze strofiche della corrente inesauribile delle immagini della Sua poesia al fine di rendere la trama delle immagini composita ed assicurare un giusto risalto delle singole immagini. Egli si pone il problema della punteggiatura la cui tendenza è a limitarne decisamente l’uso per garantire il tono e la durata della pronuncia nel susseguirsi di immagini/universo che vengono costantemente utilizzate.
Il tono della ricerca intorno e dentro di sé, tra cui il mare/terra/cosmo che Lui solca per conoscerli e consegnarceli, lo conduce a cogliere proprie profonde risposte rassegnate nel pensiero districato e liberato dai guazzabugli della mente e dalla lucida vivisezione delle realtà circostanti del mondo.
E il suo approccio è sempre permeato da un animo laico distante dai tradizionali moralismi, con una spinta ad una ricerca costante di condivisione dei sentimenti di solidarietà e delle condizioni di vita altrui, delle passioni della vita e del piacere del comune vivere, sinanco diventando poesia sociale e civile con un pensiero rivolto ai mali del mondo.
E ci consegna immagini a spron battuto ma con sempre lievi soffici baci sulla fronte e strette al cuore per il lettore, confermandoci che il poeta è colui che ispira più che colui che è ispirato.
E per ispirare Lui ha dovuto digerire l’abbondanza dei grandi tra cui sicuramente: Rimbaud, Baudelaire, Prevert, Eluard, Borges, Lorca, Eliot, Pavese, Montale, Pasolini e Alda Merini cui riserva una poesia ai quali non ha rubato niente, ma che nei rivoli dei suoi versi li ritroviamo mescolati magicamente.
Ma a ben vedere si tratta di una poesia che è intrisa nello stesso tempo di chi canta amandoli i grandi cantautori: Dalla cui è dedicata una poesia, Battiato, Guccini, De Andrè, Venditti, De Gregori, ecc. con le cui loro immagini lui ha convissuto senza mai rimuoverle dal cuore.
A ciò si aggiunge la sua passione per la cinematografia e l’arte pittorica.
Ci perviene una poesia che sviluppa non l’insieme “dorsale” dei grandi maestri ma diagrammi che raggiungono un punto di equilibrio sempre nuovo, non solo musicale e non solo sensazionale per la maestria dei versi, ma per la perforante forza e instancabile attenzione delle Sue riflessioni che ad esempio ritroviamo:
In PERCEZIONI DEL NULLA pag. 113:  “Cerco di galleggiare in oceani di rabbia mi chiedo il senso se ci sia un dunque al termine del dolore”
In STORIA D’INVERNO pag. 35:  “Quando si nasce è come un miracolo che portiamo dentro …il miracolo viaggerà lieviterà e inietteremo linfa vitale a chi la sta perdendo …”.
In PERTUGIO pag. 106:  “Ma salgo cado risalgo presto la luce ferirà un pertugio resiliente spaccato sul tramonto e mi fermerò assorto a rimirare gioia”.
In IL CAMPO DEI MERLI pag. 99:   “Signore libera questo cielo sanguigno che vomita fuoco e morte quaggiù nel campo dei Merli dove i merli non fischiano più”.
In FEMMINICIDIO pag. 93 “Solo tu donna di strada indosserai quei versi carezze di sole intoccabile al mondo”.
Lui ricerca le proprie guide virgiliane con la coscienza e consapevolezza della conoscenza e maturità delle idee e dei valori di riferimento di un maturo ancorchè incontaminato ed entusiasta poeta. E ciò lascia il segno di come si dovrebbe vivere la poesia: con sforzo, con impegno per profonde riflessioni per accarezzare non tanto e non solo l’orecchio ma l’anima e l’intelletto.
Ferruccio si rappresenta (e non da solo) in un pozzo senza fondo di sensazioni, emozioni e riflessioni che lo rendono poeta del suo tempo ma soprattutto poeta amico e non poeta vate, in un modello concettuale e poetico verso un meglio che deve ancora venire, sia che si è in due o sia che sia un esercito a condividere l’attesa del sogno comune.
E tali sono la Speranza di passione e la condivisione di vita:
in INFERNO di CATARSI pag. 58: “perdendomi con garbo nel tuo labirinto di passione amando la tua profondità sciogliendomi esausto nella tua totalità…Che cos’è la felicità se non trovarsi in cima al poggiolo del tempo che ferino incalza e tracima ipnotica ambrosia essenza globale di te”.
“Ombra che viaggia sui treni del tempo nella speranza di buona vita ovunque sia la tua stazione…” in BINARIO MORTO pag. 70.
E la potenza espressiva e per immagine dei suoi logos tra cui il MARE e il MAESTRALE quale altra significativa costante nelle poesie:
In MAESTRALE pag. 69: “Portami sul dorso del senso fugace rigenera smorte cellule alzami benigno in cima al destino”.
In L’INCROCIO DI DUE FIAMMELLE pag. 74:  “La chiave del mio destino affidata al maestrale e chi la raccoglierà…offrendosi alla mia tenerezza cibandosi della mia passione.”
In IL NOSTRO MARE pag. 83: “stretto in mezzo a due braccia i vecchi conoscono i capricci del mare…Accende e spegne rosso e verde…ma quanti soli devono ancora tramontare?”.
In LA PENTIMA pag. 86: “Ansa del mio letargo nicchia della memoria serva delle stagioni puntuale sentinella frantumi l’orgoglio e Noi ignavi schegge brulicanti nell’infinito”.
In ONDINE IL SEGRETO DEL MARE pag. 25 dove in forza di una rete che ha ghermito cellule pulsanti si stagliano “specie diverse simbiotici DNA alieni e terrestri destinati a soffrire irrazionalmente uniti” .
In SINFONIA DI MAREE pag. 63: “Rimbalza l’onda spargendo sale si ritira in disordine sparso mentre una lama mi percuote…ma scivola sui vuoti disincanti del tempo”.
In IL PESCATORE STANCO pag. 124: “Il pescatore è fermo statutario nel cipiglio domatore di nodi fra marosi mai domati….Il pescatore piange lacrime di velluto ago e filo, polso fermo rammenda la paranza assiso sulla poppa guarda la sua stella ma non le sue mani”.
Emerge evidente dai versi non un semplice osservatore proiettato su se stesso ma un viaggiatore del mondo che immette nelle sue liriche la SUA vita vissuta.
Ferruccio ha trovato in sé e coltivato un pensiero libero e uno stile del tutto personale ed originale non assimilabile a nessun maestro in particolare, e ciò non è cosa da poco.
Ferruccio non vuol fare mai pace nè con stesso e nè accattivarsi il lettore e nè i suoi compagni che ha incontrato nel suo viaggio.
Non cerca facili acclamazioni sul proscenio delle allitterazioni, rime, sinestesie e immagini fantastiche.
Il suo pensiero è proteso ad escludere proprio l’Io esteriore dell’autore e quelli propri della gran parte della sempre presente ipocrita e falsa società protesa verso i soli bisogni materiali ovvero di quella intrisa di post e like.
Per questo e per altro verso si sforza di salvificare le stabili relazioni assunte con impegno e nel rispetto dei valori di chi lo circonda e che lo riconcilia con se stesso e il mondo. Con coloro che sanno affrancarsi dalla omologazione nella consapevolezza della messa in discussione delle proprie certezze per cogliere l’essenza della saggia riproduzione di sè stessi in altri ambiti di rigenerazione.
Ferruccio appartiene alla sua terra alla sua famiglia e ai suoi amici e ciò lo porta con sé e dentro di sè con la solitudine, la rabbia, le incomprensioni, ma senza moralismi e esogene censure con una elaborazione sulla via che conduce "dall’aorta all’intenzione" (per dirla con De Andrè).
Il suo percorso lo porta alla conferma dei valori della cultura di sinistra a cui appartiene, ma che invero ed in sostanza riecheggiano gli stessi valori solidi dei suoi genitori. A partire dalla madre e non solo dal padre, con il cui mito sicuramente si confronta e a cui gli altri lo confrontano.
E dopo tanto peregrinare nelle strade della rabbia, dell’insofferenza per i mali del mondo e da sè stesso subiti e della speranza, con una identità diversa di chi da sempre ha circumnavigato le sfere dei gironi dell’essenza/esistenza, FA RITORNO A CASA, attraverso le strade passate e future:
“La strada delle ginestre è la strada della vita tante svolte alla fine una retta che prende per mano e conduce a casa” in LA STRADA DELLE GINESTRE. pagg. 89-90.
E forse perché vi è sempre la necessità di fare i conti con il passato: “Questo passato che non passa! …questo passato che fuma menzogna” in L’IRROMPERE DEL DIAVOLO pag. 117.
“Alziamo gli occhi oltre l’orizzonte finito insulso tramestio di un calpestato presente”. In CIECHI RIFLESSI pag. 116.
“Quel dolce ritornare dei padri nei figli …” (di Pasoliniana memoria) è quello che Ferruccio può dire di aver vissuto pienamente, il ritorno al suo amato padre di cui è orgoglioso, e come potrebbe non esserlo. Lui ha cercato e trovato sé stesso con profondo e sincero sforzo di unicità regalandosi a noi lettori che non possiamo che apprezzarlo.
E la sua voglia eclettica e totale di affrontare le più svariate problematiche con una poesia civile, con un pensare laico senza ricerca di assoluti superiori al di sopra dell’umana specie, e dove è la realtà dell’esistenza, pur protesa al sogno e alla speranza, a sprigionare senza riserve i conflitti aspri dell’esistenza, e che ci consegna uno dei figli migliore della Sua terra e di cui il padre Remigio ne andrà sicuramente fiero.

Grazie Ferruccio.

11 gennaio 2022

Fazzoletti per il cielo

 

Uscire
in un giorno di pioggia
è come consolare il cielo
accogliendo le sue lacrime
nell’immenso invaso
della nostra solitudine.

Ritrovare la magnificenza
di essere finalmente umani
carezzando le palpebre
delle nuvole reiette
fradici di malinconia
tra i sorrisi del vento.

Tornerà il sole
saltellando sull’orizzonte
il cerchio non si spezzerà
e le nostre piccole storie
saranno fazzoletti per il cielo.

La forza del respiro

 

A volte mi capita
di passeggiare
su pensieri smarriti
al di là del ciglio
che separa e strugge
la collina dal mare,
il buio dalla tenerezza.

E respiro intensamente,
immetto socialità
in alveoli angosciati
da vecchie pandemie.

Anarchici abbruttiti,
falsi eremiti,
cavalieri del dubbio,
oceanografi dell’anima,

scrutiamo il cielo dell’utopia
tracciando raggi di poesia.

Bar Paradiso

Stavo perdendo
la mia briscola col Diavolo
in fondo a quel tugurio di cera,
unto di vetri, sporco di noia,
con la pelle del cuore
sfregiata in più punti.

Poi sei apparsa
come statua di Fidia,
imbalsamata di rossetto
con quel gomito sensuale
appoggiato al mio sguardo.

Non sentivo quel sapore
di fragola e sudore
da migliaia di giorni
e il mio petto rimbalzò
cadendo sul tuo sorriso.

Fu così
che stracciai le carte al Diavolo
ridendo corsi verso le tue ali
lasciandolo con un palmo di coda
a guardarmi ballare con te
nel bar diventato paradiso.

6 gennaio 2022

Primo e unico

 

Il PRIMO amore non ha
guscio temporale,
narrazione algebrica.

Precipita.
Penetra.
Folleggia.
Scava.
Prosciuga.

E anche se fugge
da quel momento in poi
non serve più
seguitare a contare.

5 gennaio 2022

E' così semplice...

 

Che poi…
Basta poco…
Un pullover arrotolato sul divano
un film dove abbiamo riso e pianto
il gatto in mezzo a noi
uno spazzolino in due
tu che mi chiedi “mi ami sempre?”
io che dico “certo che no!”
e ti faccio il solletico sulle caviglie
una battaglia di cuscini
la luna che s’impicca alla finestra
e tu che incendi la mia vita.

Magia di un'attesa

 

L’attesa
di un incontro
è tempesta
di attimi,
fuoco
di fantasie,
tracimazione
di sogni
imbevuti
d’umori,
intrisi
di cielo.

Come può
tenersi
al guinzaglio
un desiderio
che ulula
al sorgere
del tuo corpo
invischiato
di stelle
riverso
di grano?

Ma infine
una maestá
di luna
rivela
chiaritá
impertinenti
offrendosi
inerme
al mio sguardo
che ti raggiunge
scalando
cime argentine.

Auguri a noi

 

Auguri a noi
comunisti della tenerezza
anarchici della bontà
faccendieri di pace
bucanieri di abbracci.

Auguri a noi
migranti di sorrisi
prìncipi degli ultimi
esploratori del bello
ubriachi di poesia.

Auguri a noi
musicanti della luna
navigatori dei sogni
innamorati solitari
orfani dell’infinito.

Auguri a te
miracolo della vita,
vortice d’azzurro
sulla pianura dei grigi.

Acidi imperfetti

 

Ecco che scivola via
sotto i tacchi del già sentito,
già assaggiato, già dissimulato.

Azioniamo quel meccanismo
che separa il falso dal reale,
il corretto dall’agognato.

Viviamo sul meridiano
dell’enfasi virale
dove si consumano
le nostre briciole di godimento.

L’icona del bambino
si ritrae nella ciclica delusione
di un mancato miracolo
recluso fra le pareti
del nostro carcere dorato.

Abbiamo palpebre abbassate
che non scavalcano
i parapetti fortificati
delle nostre certezze vuote
addobbate una volta l’anno
di ridicoli pentimenti.

Ma tant’è:
siamo acidi imperfetti,
sinossi bulimiche,
cosmiche casualità,
come asteroidi impazziti
viviamo a casaccio
nella pace dell’incoscienza.

25 dicembre 2021

Una favola di Natale

 

La vidi la prima volta mentre correvo affrontando uno dei miei percorsi preferiti.
Quando il tempo non è eccessivamente umido mi piace battere sentieri misti dove il fuoristrada ti resetta i polmoni e i giochi di luce e ombra creano effetti stupendi. Su uno di questi sterrati si deve passare sotto un vecchio ponte in muratura che unisce gli orli di un terreno padronale. È un breve tratto di un antico torrente di acqua piovana, oramai secco, forse inghiottito dal cemento, quelli che chiamiamo “mene” in vernacolo.
Da lontano mi parve di intravedere un sacco sotto il ponte. Quando raggiunsi gli ultimi cespugli mi resi conto che si trattava di qualcos’altro.
C’era un corpo seduto avvolto da una coperta.
Mi fermai, un po’ incerto e curioso. Il corpo apparteneva ad una donna. Me ne resi conto dai lunghi capelli neri, abboccolati in un inestricabile caos riccioluto, che circondavano un viso aggrottato, appena visibile dalla coperta color marrone pallido.
Ma quello che aveva colpito in modo singolare la mia attenzione, era una seconda coperta, stesa a terra a fianco alla donna, sulla quale, ammassati, c’erano tanti libri. Mi avvicinai. Libri di poesie. Prevert, Neruda, Baudelaire, Pessoa, Merini, Garcia Lorca…
La donna, che pareva assopita, alzò il viso e mi fulminò con due opali che parvero farmi una radiografia.
“Ciao” - le dissi - “Vendi libri usati?”
“Colleziono sogni.” - rispose.
Si liberò dalla coperta e mi indicò i libri.
“Ognuno di loro ha sparpagliato sogni nell’etere e io li raccolgo e li porto con me”.
Vidi che indossava una felpa e dei pantaloni di due misure più grandi, scoloriti e sdruciti. Ai piedi aveva degli scarponi di due colori diversi, uno dei quali aperto da un lato. Ma non riuscivo a comprendere come mai non emanasse trascuratezza, ma anzi, una forza attrattiva inesplicabile.
“Anch’io scrivo poesie” - dissi.
“Lo so, ecco perché mi hai trovato” - rispose.
Doveva avere qualche rotella fuori posto, pensai. Così la salutai e mi rimisi a correre.
Da allora ogni volta che calcavo quel percorso, lei era sempre là con i suoi scarponi, i suoi capelli ricci, la sua aura indefinibile e la sua coperta di libri. Solo che essi erano sempre meno numerosi e ogni volta diversi.
Un giorno portai con me il mio libro di poesie.
Corsi fino al ponte e lei era là. Ma quella volta era in piedi e sembrava attendermi.
“Ti ho portato il mio libro.”
“Ci hai messo tanto” - mi disse - “io l’ho già letto, ma era necessario che lo avessi qui con me.”
Ma come poteva averlo già letto? Mah! Era proprio un pò svanita!
Le lasciai il libro e ripresi la corsa, ma poi mi voltai e vidi che mi salutava con il braccio alzato.
Era la vigilia di Natale quando decisi di rifare quel percorso. Arrivai nei pressi del ponte ma non c’era nessuno. Mi fermai per cercare delle tracce di una sua recente presenza. Nulla.
Poi alzai gli occhi e vidi la scritta.
Con una grafia incerta sul muro dove lei si sedeva c’era una frase:
“Papà tuo ti saluta”.
Rimasi a lungo sotto quel ponte.
Si mise a piovere sui cespugli e sulla vita intorno, ma quelle che bagnarono i miei occhi furono lacrime di gioia.

Il potere di un nome

 

Il potere di un nome
ferma il tempo
sul crinale della quiete
- quella falsa quiete -
e, indocile trivella,
buca i giorni
di splendida nullità.

E sempre
al centro del mio nulla
si narrano storie di venti
che imboccano valli incantate
dove danzano petali di sole
ordinati come prodigi
a disegnare il tuo nome.

Io amai


Io amai.
Come coniugare un miracolo,
un passato remoto
di un tempo rugginoso,
uno strofinarsi di primavere
in un letto di comete.

Io amai
È prima persona
di un verbo prostrato
ad un solo oggetto,
è regola quantistica,
assioma sinfonico
destinati all’assurdo.

Ci fu un tempo
in cui amai
e strappai
il mio cuore
facendone coriandoli
affidati al maestrale.

Ci fu un tempo,
- divino telaio -
che tessette una stoffa
d’infinita gioia
aderente ai sogni.

17 dicembre 2021

Fuoco

 

Per te
ho attizzato
lingue
sciabolanti
spire
ardenti
vampe
roteanti
per esploderti Sole
e fonderti in me.

Il potere di un nome


Il potere di un nome
ferma il tempo
sul crinale della quiete
- quella falsa quiete -
e, indocile trivella,
buca i giorni
di splendida nullità.

Solletico di sole

 

Solletico di sole
su pelle dorata
brividi di sfioro
accendono sensi,
rannicchiati ventagli
di luce prona.

In questo mix
mi lascio immergere
grato al disfarmi.

Buona usanza

 

È buona usanza
appena sveglio
rimboccare la coperta
dei sogni incompiuti,
riporre ordinate
le fantasie nel comodino,
disarmare i battenti
alla vita che preme
umida di tenerezza.

Cosa importa se piove
sul tuo ombrello di follia?

I segreti dell'inverno

 

L’inverno pudico
copre di candore
le nudità dell’autunno
e custodisce
sotto le coltri
fuochi proibiti.

La giostrina

 

E gira gira la giostrina
con addosso
un cerchio di domande
cavallucci domati
dal senso dell’inutile
fuoristrada dell’ovvio.

Gira gira la giostrina
dove sistemiamo
alla bell’è meglio
i nostri sogni bambini
abbagliati da lucine
assordati da cantilene.

Gira gira la giostrina
al ritmo arterioso
di pulsazioni sotterrate
fra reticoli di assenze:
noi gabbiani panchinari
non vorremmo mai atterrare.

Gira e rallenta la giostrina
ci abbottoniamo i cappotti
le lucine si abbassano
siamo pronti a riprendere
i nostri sogni bambini
per tenerli sempre con noi.

11 dicembre 2021

Visite


Mi chiedevo perché
accade spesso
di sentir bussare
dietro i vetri complessi
del dubbio
e della remissione.

A volte è una tortorella
a volte un grillo afono
o un micio spelacchiato.

Mi ricordano provvidi
che c’è una ruota
che gira nel mondo là fuori.

Qualcuno mi prende
per la mano del vuoto
e lo colma di parole ricche.

Così scivola il tempo
tra slanci e rottami,
silenzi e ritornelli epici,
mentre l’arco del sole
compie una sinfonia struggente:
racconta una fiaba
dove non tutti finiscono felici
ma sanno parlare
la lingua dell’oltre.

Posate di desiderio

Ho apparecchiato
la mia tavola di parole:
un cucchiaio
per raccogliere volontà,
un coltello
da affondare nel rimpianto,
una forchetta
per graffiare il fondo,
un tovagliolo
per ripulirmi la coscienza,
e un bicchiere
di follia
da bere con te.

 

Non so chi sarai

 

Non so chi sarai
che scarpe indosserai
calpestando il mio suolo,
non so cosa leggerai
fra le pagine ingiallite
testimoni inzaccherate
di un passato derubricato.

Non so quali porte schiuderai
se sceglierai quelle semplici
che non hanno saliscendi
o quelle a doppia mandata
senza averne il permesso.

Non so se avrai gli occhi
di un colore trascurato
o le mani con le piaghe
da mostrarmi in preghiera
e piangere di stupore.

Non so se nel tuo kit
avrai cerotti di circostanza
o toccasana di cashmere,
se mi toccherai nel profondo
o ti aggrapperai agli orli.

So poco o nulla di te;
per quanto mi riguarda
forse non sei mai nata
ed è per questo
che sono certo di conoscerti.

Nodi


A volte
ti svegli
con un nodo
incastrato
alla gola.

Inutile
lottare:
non si può
inghiottire
un sogno.

Domenica

 

Domenica.
Sono otto lettere e quattro sillabe
che bussano all’uscio
in quelle giornate senza sole
(tanto il sole ce l’hanno dentro)
dove il palcoscenico è degli odori,
dei sapori, di quell’aroma di sorrisi
che dimora sulle rughe,
si accoccola sulle gote,
si cerca negli sguardi
e nei bicchieri di vino.

Domenica e ti senti diverso
hai la faccia di uno
che non ha bisogno di nulla
perché senza chiedere
ti apre la porta il benvenuto.

Domenica e ti senti uguale
a quell’amico che hai lasciato
in fondo ad un arrivederci
arrotolato al suo cappotto
di ricordi e di bambini persi.

Domenica e ti senti strano
perché la vita in fondo
ti vuol bene e ti stima
anche se sembra assente
ma è solo impertinente
vuole essere inseguita
come un gioco innocente.

Domenica è sempre lei
come dicono in TV,
ma tu hai un unico Replay
in cui scorrono i tuoi errori,
ma tu sei felice
perché puoi contarli e vivere.

Se non ci fosse la domenica
dovrebbero inventare un posto
dove l’amico col cappotto,
i sorrisi di una volta,
le tue stupidate
si mischino agli odori,
ai sapori, agli sguardi,
alle rughe e ai bicchieri di vino,
per non lasciarsi mai più.

Ti cerco


Ti cerco
nell’inserzione
perfettibile
dei soli,
nel miscuglio
insondabile
di cromosomi
impazziti
di colori.

Ti cerco
in valigie
allacciate
di addii,
in rintocchi
impercettibili
di rancore,
nel caos
ingovernabile
di solitudini.

Ti cerco,
ma l’arcobaleno
mi sberleffa:
sull’ultimo metro
fugge
verso l’infinito.

Cestino di pensieri

 

Mi piace
raccogliere
pensieri
appallottolati,
gettati via
in fretta,
versi inutili,
quelli di cui
non posso più
fare a meno.

Combustibile

 

Questa sera
ho acceso un fuoco,
avevo pensieri freddi.

Ho capito tardi
che non mi occorreva legna
ma il tuo soffio
per attizzarmi il cuore.

3 dicembre 2021

L'attesa dell'alba

 

È di nuovo notte.
Mi aspetta
il tuo sogno
sotto il cuscino.

E poi sarò ancora lì
a pettinare l’alba
con raggi capricciosi
che flettono i vetri
e pensieri birbanti
a spalmarti l’anima.

Ti pregherò di stare
ancora un attimo
a farti baciare
sugli orli
delle nuvole.

Divisione cellulare

 

Raccolgo evanescenze,
corolle d’alba
in cui è dolce
l’abbandono monocromo
in un mare cellulare.

Mi rigenero in te
mia separazione nucleare
estenuante pendolo
oscillante tra i poli
d’un eterno ritorno.

Ampolle di sensazioni


Amare è conservare
ampolle di sensazioni
mutatesi in sogno,
crepe d’argento
svelanti le nostre anime,
ingranaggi perfetti
che scippavano dolcezza,
spalmavano estasi,
guadavano laghi,
scalavano rupi
e poi precipitavano
a spalancare inferni
d’insaziabile bruciare.

Mille coincidenze

 

Mille coincidenze
agganciano in volo
la tua parvenza muta,
e brandelli di pensieri
confliggono latenti
mentre atona mi sezioni
con chirurgica indifferenza,
autopsia dell’anima.

Accarezzo ombre
percorrendo le curve
della tua assenza urlata
fine persecutore
dei tuoi rifugi segreti,
incessante obbedienza
alle sensuali movenze
delle tue divine cellule.

Sfoglio petali assurdi
dai tuoi desideri fioriti
mentre danzi ninfa giocosa
nuda d’essenza di sogni,
vestale d’ineffabile sostanza
grimaldello della mia prigione.

Scivolo infine, succube,
su pendii zuccherini
dove mi assolvo impenitente,
inginocchiato al tuo fulgore,
oasi di travolgente veleno,
unica ed ultima scialuppa,
giaciglio della mia tempesta,
guscio di sole infinito.

Puro caso

 

È stato puro caso
quando hai scovato il chiodo
che teneva appese
le chiavi del ripostiglio
dove avevo dimenticato
i pezzi del mio cuore:
si sono incollati
alle tue labbra.

Correre

 

Correre è un verbo sinergico.
Viene coniugato
in feroce alchimia
tra i cunicoli più reconditi
dove s’incrociano
mente e cuore
polmoni e sangue.

Correre è credere
nello splendido miracolo
che si cela dentro di noi
soffocato e denutrito
dalle miserie della vita.

Correre è cercare sè stessi
quando ci troviamo
in fondo al pozzo
e ci strangola la luce.

Correre è come scrivere
poesie senza fine
quando arrivi e raggiungi
te stesso sfuggito al dolore
e ricominci una nuova storia
dai primi passi, dai primi versi.

Io correrò
fino alla fine del tramonto
quando l’ultima poesia
incendierà il mio passo
e scalerà le stelle.

26 novembre 2021

Segmenti

 

Non esistono figure geometriche
con solo due lati.
Ecco perché
quando due segmenti s’incontrano
non hanno confine
e possono correre insieme
verso l’infinito.

Post-it

 

Avevo dei post-it
in un cassetto di cianfrusaglie,
ragnatele, mozziconi,
bugie e ferite d’arma d’amore.

Ho preso un biglietto,
ma ho pensato cose
che non ho scritto
e poi ho visto le mia dita
che si muovevano di versi.

Lo infilerò sotto la tua porta
dove ne muoiono a centinaia:
non fa nulla, li so a memoria
farò un riassunto
quando non avrò più dita.

Sono solo un poeta

 

Sono solo un poeta
non eseguo rituali
non ho formulari
nè tavoli tecnici
per un futuro ortogonale
nè tocchi da Re Mida.

Non ho ricettari
nè regole semantiche
o labirinti estetici
non ho poltrone
per sdraiare la coscienza
nè tornanti mistici.

Sono solo un poeta
non mi fagocita la politica
mi coinvolge la protesta
non mi seduce l’apparenza
mi sconvolge la dimenticanza
non temo la morte
ma l’appassire del pensiero.

Sono solo un poeta
che passeggia nel dubbio
raccoglie fiori caduchi
e li dipinge di sguardi,

un navigatore di emozioni
con la chiglia sbrecciata
da un corallo maledetto.

Ma la mia prua volge al sole
con il cuore gonfio di vento:
ella si riprenderà la rotta e il sogno
di baciare ad una foce di smeraldo
un fiume impazzito di dolore.

18 novembre 2021

Placenta


La disperazione
è il liquido amniotico dei poeti.

Statua incompiuta

Mi hai scolpito
frugando negli spigoli,
grattando negli incavi,
limando le creste,
liberando dalle segrete
la mia anima nuda.

Poi hai scagliato lo scalpello
frantumandomi il futuro.

Ora non c'è alba
che non mi colga
questuante
la tua ombra
celata in deja-vu,
velata di sogno,
circonflesso di te.

 

La stanza della poesia

 

C’è una stanza
- la stanza della poesia, la chiamo -
dove una parete è nuda.

Solo un’impronta
infrange il bianco inanimato:
forse un quadro o una foto
abitava in quello spazio.

Ora stona quella macchia
di un passato
che non so più di ricordare.

Parigi

 

Parigi
sei più bella ancora
quando la sera
s’apparecchia la pioggia
e la Senna è ubriaca di luci,
i tuoi occhi di nebbia
s’aprono premurosi
sopra gli ombrelli
e il ticchettio dei passi
innamorati sotto la Torre
ti baciano il cuore.

Parigi
sei più bella ancora
quando furtiva
stiracchi i rossi crepuscoli
e porti la luna al guinzaglio
nei viali scintosi
sulle Champs-Élysées
e Baudelaire ti canta
le follie degli amanti.

Parigi
sei più bella ancora
spiata in notturna
dal balcone di Monmartre
in posa maliziosa
come ti guardò Picasso
vestita di chiffon
seducente e misteriosa.

Parigi
sei più bella ancora
quando penso di raggiungerti
sottobraccio al mio sogno
e ballare sotto la pioggia
parlandosi stretti stretti
versandoci amore
nelle pupille della notte.

14 novembre 2021

Crepe


Tra la notte e l’alba
c’è una crepa
dove s’affaccia la tua assenza.

Discrezioni

 

Portami con te:
sarò discreto,
cucirò di silenzio
il mio amore sulle stelle.

Corazza abbandonata

 

Quando esci di casa
consegna il tuo saluto
incartato in un sorriso
passeggia con delicatezza
sui dubbi e sulle paure
che raccogli per la strada
porta sul palmo la pace
e distribuiscila senza risparmio
spogliati della tua corazza
offri il tuo cuore nudo
al mendicante e alla modella
dietro l’angolo ci sarà
un’altra corazza abbandonata
ed un altro cuore ti prenderà in braccio.

Promemoria

A volte penso
che la Luna esista
per ricordarmi
di scrivere ogni sera
una poesia d’amore.

 

Giornata della gentilezza

Come farfalla
in punta di stami
barchetta che tentenna
sulla battigia
come sorriso
su labbra di migrante
rugose mani contadine
come il sole mesto
d’un autunno accennato
come bava di stelle
e l’ultimo saluto
del viaggiatore di versi
come l’amico inaspettato
e il tuo dolore finalmente
compreso e amato

sii gentile - sempre -
e il tuo passo scalerà il cielo.

 

Refrain

 

Mi addentro
tra fogge di ricordi
infiniti slalom
e lacerati fianchi.

La luce è lì
fodera lo sguardo
sei distesa
nei miei desideri.

Lambisci le mie sponde
suggendo vita.

9 novembre 2021

Il sole in tasca

 

Quel giorno
che ti ho incontrato
in fondo a quel vicolo buio
non mi sono accorto
che mi avevi infilato
il sole in tasca.

6 novembre 2021

Cosa resta di me

 

Cosa resta di me
se non un verso imbellettato
raffazzonato
sul ciglio del meriggio,
un fregio monastico
inchiodato
sul portone del tramonto.

Cosa resta di me
se non un fuso alambicco
miscelato,
un crogiolo di alfabeti
capovolto
sul rovescio di luna.

Raccolgo mesto
i farfuglianti vortici
di uno sferzante pensare,
aggrappato mio malgrado
a vetuste falsità
e nuove irruzioni di Nulla.

Borchie dorate
ornano grigie transizioni
dove sfoglio le pagine
di un presente acciaccato.

La mia anima è fuori,
è oltre, è più in là:
cerco di inseguirla
rianimando la giostra
dove gioca la poesia.

Novembre

 

Vortici di foglie
frullano la terra
tra pensieri fruscianti
e fischi di vento.

L’erba risale il parete
e rami desolati d’ali
invocano preci disfatte
ad un cielo incolore.

Avverto il tuo greve passo
fuligginoso novembre,
esperto di malinconia,
umido di terra sconfitta.

Dietro la porta sbarrata
ululano brividi come lupi
concerto di silenzi,
cocktail di presagi.

Solo il cuore accende
potenti fari nel buio:
sui suoi raggi m’involo
e la notte parla d’amore.

La leggenda di Nera e Velino (La Cascata delle Marmore)

 

Dove sei mio amore?
Ora sono acqua di fonte
bambina trasparente
zampillo da candida roccia
scorro recondite fenditure
circondo cespugli di rose
attraverso valichi ondulati
esploro ogni pertugio.

Dove sei mio amore?
mi frango solinga
ruzzolo incurante
di spigoli e tagli
ti cerco fra i rovi
tra le anse celate.

T’immagino affranto
e infine precipito
schiuma di sole
schizzo di vento
t’aspetterò alla foce
terra umida di sogni
lago d’amore infinito.

Per te

 

Per te
scrivo scarabocchi di stelle
su lavagne di cielo.