volare sulla città di monopoli e oltre: riflessioni, politica, poesie.

19.1.18

Passeggiando per il paese che non c'è più (3)

Ritorniamo in Piazza Plebiscito passando davanti a Filemo il tabaccaio. Di fronte c’era la Olivetti di Italo Genchi, dove lavorava mamma e la sede del PCI, mentre l’MSI era in via Barnaba e la DC in via Polignani. Quanti cortei avremmo fatto passando e cantando slogan davanti alle sedi dei partiti dove dentro giocavano tranquillamente a carte, mentre noi facevamo i rivoluzionari. Ma ci piaceva esserci, bei tempi. Su via Vasco un altro storico ritrovo: il Bar Di Bello di Peppino, ex Marina Militare, e altro amicone di babbo. Più in fondo la sede del circolo dell’AC Monopoli, dove ho trascorso centinaia di serate giocando a ping pong e a flipper, facendo incavolare il Sergente (il custode, non ho mai capito quale fosse il vero nome e perché lo chiamassero con un grado). Sotto la Villa Comunale c’era il rimpiantissimo cinema Arena (patatine Pai, stecche di liquirizia e Coca Cola nelle bottiglie di vetro). La caratteristica principale di questo ritrovo era la quantità di posti riservati ai portoghesi che si assiepavano sulla muraglia, specie quando venivano proiettati i film vietati. La direzione del locale aveva predisposto dei lenzuoli che nascondevano parte dello schermo (e delle intimità delle attrici), ma con scarsi risultati: l’immaginazione, in quell’epoca, era al potere. Sotto quella muraglia il Bar Piccolo offriva il servizio SIP di telefono pubblico; il locale era sempre affollato, specie nelle ore di tariffa ridotta. Se volevi parlare con la fidanzata/o senza patemi, era ideale. A questo proposito ricordo ancora a memoria quando i numeri di telefono in città partirono da due cifre e poi diventarono di sei: 742468 era il numero di casa, 742569 l’ufficio di mamma, 742693 lo studio di babbo e 742540 casa di zio ecc. Ma la mia prima fidanzata, dopo qualche anno, era già 801030. Scendendo da Piazza Plebiscito arriviamo al Caffè Napoli gestito da un signore di altri tempi che chiamavano con il nobile prefisso Don (Pietro Genualdo). Anche questo era un locale frequentato da babbo per ovvie ragioni. Io ricordo ancora le colazioni di cappuccino con le trecce che erano strette e lunghe, ma si impregnavano in modo spettacolare.

Ora il Municipio, sul quale mi soffermerò qualche rigo. Mi avevano detto che babbo era Sindaco ed era come se mi avessero detto che era il Padrone del Castello, dove il Castello, appunto, era il Municipio. Era diventato un luogo dalle mille avventure per me. Girovagavo in tutte le stanze e gli uffici, salivo e scendevo le scale, mi nascondevo dietro i banchi e le tende, immaginando chissà quali tenzoni e suscitando l’ilarità dei dipendenti. Mi autonominai Primo Usciere dell’ufficio di babbo e stazionavo fuori annunciando le visite. Mi mancava la marsina, la parrucca e il battaglio e potevo stare alla Corte del Re Sole. Lula, la segretaria di babbo, mi allungava le caramelle. E quegli odori penetranti di carta da archivio non li dimenticherò mai. Terreno di conquista divenne anche la stanza del telefono che si trovava a piano terra, a destra dell’ingresso principale. Il caro Mimì Colavitti con tanta pazienza mi insegnò ad usare il centralino e io schiacciavo quelle lucette e rispondevo “Il Comune, momento!” (Momento, perché mettevo in attesa le chiamate per smistare quelle precedenti). Il grande cuore di Mimì, uno dei pochi veri grandi amici di babbo. Poi c’erano i Vigili Urbani e qui devo per forza ricordare gli inseguimenti che si svolgevano al borgo quando giocavamo a pallone.  Celestino e Furlani (detto coccolungo, con rispetto parlando): delle vere e proprie istituzioni, con le loro biciclette nere. Quando qualche Super Tele o Super Santos o Yashin (ahia quello costava un botto…) riuscivano a sequestrarcelo, io rassicuravo i miei amici: “Nessun problema”. Avevo scoperto dove tenevano i palloni sequestrati, in un armadietto a muro appena si entrava nell’Ufficio all’interno del cortile del Municipio. Fischiettando con nonchalance, fingendo curiosità per le moto rosse parcheggiate, attendevo il momento propizio e…zac! mi riprendevo il pallone, magari scambiando un Super Tele con uno Yashin!!! Momenti epici. (continua)

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