4.7.20

Fermo nel tramonto


Nel mio cantuccio di Paradiso
scocca l’ora dei grilli
mentre le tortore assonnano
il loro cadenzato vociferare
le lucciole sfregano le alette
e la civetta smaltisce il suo torpore
tra poco gutturale s’alzerà.

Il cielo timido rossastro
s’inchina devoto
alla Principessa del tramonto:
quella Venere impertinente
sensuale nel suo nudo biancore
fosforo e diamante grezzo
anfitriona del peccato
scacciata solo dall’urlo
che l’Amore sprigiona
alla Luna Universale.

M’inchino anche io
di fronte alla roulette
che la Natura stabilisce
su di Noi oltre Noi
non ponendomi più quesiti
che l’umana sorte non risolve.

Mi taccio e si taccia il mio cuore
che palpita sovente
oltre le mura del visibile
sfiorando la coda del destino.

Rialzarsi, sempre.


In uno scorcio
d'intimo connubio
pianeti genuflessi
al cospetto dell'ignoto
rimbalzano senza volto
distesi sull'orizzonte vitreo
mentre lacrime circolari
avvolgono l'etere.

Non scorgo segnali
disegnati sul viso
di plumbee ninfee.

Allora virerò deciso
su mari incantati
dove follie di arcobaleni
orleranno il mio volo radente.

21.6.20

Sarah Hijazi


Sarah Hijazi morta suicida in Canada, dove aveva trovato asilo dopo mesi di prigione in Egitto, torturata e violentata. 

Cit. Venditti

Sarah
svegliati è primavera
le nuvole fuggono via
le rondini ridono nel vento
piove solo libertà.

Sarah
corri è primavera
puoi garrire la tua bandiera
nessuno ti farà del male
nessuno prenderà il tuo cuore.

Sarah
vola è primavera
abbraccia il cielo azzurro
sei sopra tutti noi
non hai più confini.

Sarah
non esiste più paura
cavalchi il sorriso
di tutte le donne

ti sei svegliata
al ritorno della primavera.

Ciechi riflessi


Mi leggo
riflesso invisibile
ipotesi d’esistenza
in un metro quadrato
ispessito di vuoto.

Fissavo l’aura virtuale
di un abbozzo strisciante
afferrato a spigoli
meno aguzzi del silenzio.

Accecato e riverso
non guardavo distratto
oltre l’infranto embrione
che dal nulla risale.

C’infiamma perenne
occluso alle spalle
un sole di speranza:

alziamo gli occhi
oltre l’orizzonte finito
insulso tramestio
di un calpestato presente.

In ricordo di Zohra


In ricordo di Zohra bambina pakistana uccisa dai suoi "padroni" per aver fatto fuggire due pappagalli.


Zohra
eri tu
in quella gabbia
cuore sigillato
palpitavi
effluvi multicolori
il capino inarcato
danzavi alla luce

era l’unico gioco
dei tuoi giorni di bimba
strappata all’innocenza

ti sei spalancata
al sogno
di volare fuori
pensavi di trovare
quell’inizio che hai saltato
la bambola mai pettinata
il pallone mai calciato
la mamma mai abbracciata
il papà mai coccolato

c’era il mostro fuori
che ti ha strozzato
la vita in faccia.

Il privilegio del volo


Abito
in uno scorcio di sogni
dove corrono
selvaggi e maestosi
desideri argentini
si avvitano spirali
di palpiti eburnei
dove invoco sospiri
scagliati sul mare

non mi occorre rullare
per incalzare i venti
percorro l’orizzonte
raggranello silente
scampoli d’estasi.

‪A passo d’ali‬
‪aggrovigliato‬
‪in un buio friabile‬
‪accedo ad altezze‬
‪dove il tuo viso‬
‪è concerto di nuvole‬
‪e gorgheggia‬
‪il mio silenzio‬

avanzo rapito‬
‪perdendomi‬
‪nella tua infinità.‬

Spazi d'infinito


Frugare
dietro gli spigoli
di un dolore frusto
accecando sbalzi
d’impalpabile silenzio

svuotare
recipienti d’ombre
invocando maree
d’insondabile nonsenso

accogliere
abbracci d’infinito
cantando sospiri
d’indicibile ebbrezza.

A passo di danza


A passo di danza
scavalco il destino
non mi servono sfide
ma la leggiadria del volo

fatti fummo per puntare il sole
ma ignari scrutiamo il fondo
e il tempo ci sciorina ansia
secca zavorra di muffa

tendiamo i muscoli del bello
aspiriamo essenze d’abbracci
vendicatori di bontà
occupiamo lo spazio
degli amori permanenti.

La ricetta dell'amore


L’amore
ricetta illeggibile
formula tantrica
fulmine di orchidee
o di margherite prataiole
canto di usignoli
o di cicale popolari
dipinto di Leonardo
o scolastico acquerello
Cappella Sistina
o castello di sabbia

questo tutto o questo poco

non conosce trincee
valica cordigliere
non ha rifugi di pudore
ma si ferma sul creato
non ha cultura nè tradizione
si nutre d’istinto primordiale

fisseranno dei confini
costruiranno gabbie
insulteranno, violenteranno
ma è nato libero

volerà senza catene
brucerà le convenzioni
porterà la sua scintilla
in mille firmamenti.

Binario morto


Refoli di pensiero
affilano grumi
staffilano piaghe.

Questo tempo
fra assurde parentesi
sgrano come rosario
porpora fibra
incistati nembi
strappati a sangue.

Ogni nota sofferente
raggiunge l'empireo
con voce declinante
inferisce attonita lama

dall'ugola frantumata
dolce condanna
"ti amo" stormisce.

Resto un'ombra
che viaggia perenne
disegnata in opaco
sui treni del tempo.

Buona vita
ovunque sia
la tua stazione

ovunque si conficchino
le unghie divelte
del mio rimpianto.

Percezioni del Nulla


Avvolgo
gomitoli di noia
spire insinuanti
aspidi grette
cerco di galleggiare
in oceani di rabbia.

Mi chiedo il senso
se ci sia un dunque
al termine del dolore.

Viaggiamo
sotterrati e barricati
nell'umida cripta
di una preghiera abusiva.

Qualcosa sorgerà
all'alba del riscatto?

O un sole affranto
scoppierà d'inanità?

12.5.20

Il limite del corpo


Tendo alla fuga
divello retrive catene
innesco roventi pulsioni
mi nutro d'impeto
invoco il sublime
annaspo follia.

10.5.20

Dopo la liberazione di Silvia Romano


Vorrei che i miei versi
fermassero la marcia
dei vili senza faccia
che schiumano rabbia
bombardano veleno
ignobili sanguisughe

vorrei che i miei versi
liberassero bellezza
sigillata dagli insulti
esplodessero d’amore
nella vuota pochezza
degli indifferenti

vorrei che i miei versi
fossero grimaldello
per coscienze umiliate
schiacciate vilipese

vorrei che donassero
ali d’argento fuso
ai cuori striscianti
sotto il giogo del Potere

vorrei che i miei versi
gonfiassero bandiere
di gioiosa libertà
vorrei che cantassero luce
nei vicoli dell’ingiustizia

vorrei che i miei versi
fermassero il tempo
e scrivessero nel cielo
un arcobaleno di pace

vorrei che fossero carezza
per coloro che sono fermi
ultimi passeggeri
del treno della speranza.

L'anima del poeta


L’anima del poeta
viaggia sulle note del mito
non teme le ingiurie del tempo
accelera rullando sul dolore

l’anima del poeta è indomita
gracile alle scosse del cuore
ma fugge in alto, impenna
più in alto delle umane miserie

l’anima del poeta è tenera
ma non si fa schiacciare
spiega la sua missione
al destino che volta le spalle

l’anima del poeta è nuda
ma nessuna freccia la perfora
perché ha la corazza del sogno
e pianta radici come quercia

lo sguardo oltre le galassie.

Ciottoli di rabbia



Mentre sfila
su tacchi da entraneuse
la memoria si rimpalla
torce ancora le viscere
di giorni disassati

cavalca un cielo
rosso rubino
rimesta nembi
di fango colloso.

La tensione perpetua
l’olocausto del volo,
l’eutanasia del sogno,
il suicidio dell’eccesso.

Ho sete di veleno
che secchi l’anima blesa
smonti fumose ragioni
incastrate ed accartocciate.

Offro il mio senso nudo
ad una lama benigna
che penetri l’alveo
dei sussurri cementati
nelle orride prigioni
in cui macero fiele.

Affaccio sul mondo


Ho aperto
una finestra sul mondo
ho visto scorrere la vita

non sapevo
con che occhi guardare
lo sciabordio del sole
sulle acque chiare

non sapevo
con che cuore toccare
la gioia dell’alba
riflessa d’azzurro

non sapevo
con che sorriso amare
il volto del cielo
versato sulla mia anima.

La saga di Gilgameš



Era distratto
quel giorno Gilgameš
scrutava i confini del mondo
palleggiando con la Terra
sui gradini del tempo
freestyle in canotta
la grazia di un bulldog.

Sotto gli Archi di Vanagloria,
Mestizia e Furore
tiravano a dadi
la sorte degli apogei:

“lei è morta ma non sepolta
lei è sepolta ma non è morta
lei è morta ma non sepolta
lei è sepolta ma non è morta”.

E un Sudario
infracidito di Senso Comune
organicamente spaiato
copriva vergogne sataniche.

“Ma qual è il geomètra
chetuttosaffige?”

Sbalestra la bussola
puntando la prora decisa
sulla rotta dove Angeli e Demoni
si rincorrono su dune di corallo.

Ištar sporge i seni
offrendo voluttà
ma i denti da vampira
affondano nel cuore.

Hubaba lo spaventa
nella Foresta dei Cedri,
lo bracca il Toro Celeste
sul Mare della Morte.

“Ho ucciso divinità
per fuggire dal dolore:
dove sei Utanapistim?
hai sconfitto il Diluvio
rovescerai la mia clessidra.

Ma il serpente ha divorato
la Pianta della Gioventù:
sono solo Gilgameš
e non sarò immortale
non posso più giocare
con la Terra e con il Fato.

Enkidu, amico mio,
mi hai letto deferente
la scritta sul fondale
del Tempio dei Morti
dove stalattiti di ghiaccio
colavano pece fumante
su piaghe purulente:

lei è morta ma non sepolta
lei è sepolta ma non è morta
lei è morta ma non sepolta
lei è sepolta ma non è morta”.

14.4.20

Ad Alda Merini


Alda 
è il percorso dei poeti
un’ombra ci accompagna
ci contraddice ci separa
scava fra le macerie
brucia i destini

travolge affetti
tortura desideri
ci combatte contro
perenne scrupoloso
cilicio dell’anima

e da questa guerra
unici reportage
i versi contorti
esangui brutalizzati
ma vividi di sogno
proiettati su orbite
d’amore invisibile

noi esseri bipolari
eternamente uguali
metastaticamente soli.

I sensi del silenzio


Aprirsi d'incanto 
sulla vastità del silenzio
abbracciare la rotonda
mestizia dell’infinito

cercare un senso
un’iconica trasparenza
veleggiare come onda
seguendo le curve
armoniose dell’anima

dove si ferma il sogno
dove abita l’eterno.

Stanze vuote



Stanze vuote
ove aggrovigliato
il mio senso geme
ove spiriti antichi
pronunciano silenzi
in fa diesis

stanze vuote
ove s’aggira stentata
una trama di specchi
ove in punta di piedi
cerco un colore
che m’imbratti dentro

stanze vuote
non scontate
renitenti, disadorne
che avrei riempito
di futile quotidiano
fantastica routine

stanze vuote
inusitato rigetto
stuprati orizzonti
ove cala il meriggio
e s’arena il rimpianto.