4.7.23

Recensione di “Questo taccuino” di Nicola De Dominicis



Leggendo il “Taccuino” di Nicola De Dominicis ho frugato nei ricordi di bambino/adolescente per estrarre le modalità più comuni all’epoca per “fissare” un qualche pensiero o emozione dalla quale venivo colto. Ebbene di taccuini - o surrogati che fossero - ne avevo eccome. I diari di scuola per lo più. Ma anche i banchi stessi che potevano diventare fogli da disegno da imbrattare con i pennarelli, i muri dei bagni o anche semplicemente i vetri appannati di una finestra. Quante storie potevano essere raccontate se non ci si fosse fermati lì a quei gesti liberatori cristallizzati in pochi scarabocchi.
Con la maturità e la tensione creativa, De Dominicis ha messo ordine, sale e cuore ai suoi appunti entrando con delicatezza e fascino nel mondo delle favole. Sale e cuore - ho scritto. Il cuore è del bambino a “fantastico grado zero”, come descrive il sè stesso intonso e spontaneo. Il sale è dell’uomo e dello scrittore conscio del mondo che lo circonda e che lo porta ad un lavorìo complicato per “costringere” l’immenso universo fiabesco nel ristretto contenitore della realtà. Diceva Gianni Rodari che “la fiaba è il luogo di tutte le ipotesi”. E l’Autore di ipotesi ne ha costruite molte, alcune dolcissime, altre sottilmente alludenti. Le cose apparentemente inanimate prendono possesso del lettore in un contesto quasi disneyano e si rivelano illuminate di quei sentimenti che scarseggiano negli umani. È indubbio un intento pedagogico come in tutte le favole che si rispettino. Ma soprattutto viene evocato l’invito a raccogliere nella nostra quotidianità questi “pensieri sciolti”, queste emozioni precipitate da chissà dove, per farne un taccuino da tenere da qualche parte, in tasca o nel cassetto del comò. Chissà, un domani ci potremmo ragionare sopra - con sale e cuore.
Come disse Paul Valery: “In principio era la Favola. E vi sarà sempre.”

Omaggio a Wisława Szymborska



Chissà se hanno ragione
i sopraccigli sollevati
quando vedono passare
i poeti che zappano i marciapiedi
con gli occhi inzuppati
e ridono oh! quanto ridono!

Probabilmente hanno ragione
con le loro gote gonfie
e le pance smisurate
a guardarci come allo zoo
creature in perenne estinzione.

Sicuramente sono nel giusto
lo dice la tivvù
non uscire nelle ore calde
il cielo dà alla testa
a chi ci vive troppo spesso.

Sono certo che sia così
a che serve tanto scrivere
basta un ok, uno yes
un pollice privato dell’unghia
un chissenefrega siamo vivi.

È vero giriamo tutti in tondo
il mare si svuota sulla terra
evviva ce la faremo
i piccoli sotto - i grandi sulle teste
che ce ne facciamo delle favole.

Probabilmente hanno ragione
troppe domande da gastrite
e il senso lo spariamo coi cannoni.

29.6.23

La palude della poesia



Nel melmoso
accumulo di giorni
ti riveli
vizio e cura
febbre indecente
e nomade alfabeto.

Assurdo spiccicare
frantumi di dolore
solo per tastare
quel fondo morboso
dove attecchisce la poesia.

26.6.23

L’attrazione del dolore



Amo i sorrisi sofferenti
su labbra devastate
le anime zoppicanti
che tornano a correre.

Amo le storie degli occhi
quelle che non racconteresti mai
le negazioni sanguinanti
i segni sui polsi del passato.

Amo le piaghe
che cauterizzano le mie
e le poesie bruciate
dal vento che le alimenta.

Vorrei mi portassi ancora
a frugare nei sogni
irridendo il tempo
che scuce i ricordi.

25.6.23

E farai l’amore



E farai l’amore
al ritmo meccanico
di sensi da riempire.

Farai l’amore
frugando nei cerchi
lunatici del vizio.

Farai ancora l’amore
uncinata da domande
appese al soffitto
mentre una carezza di ricordi
ti scompiglierà i capelli.

Sentirai un vento
soffiare alle tue corde
e lacrime rapprese
scaleranno i tuoi occhi.

Sarò di nuovo lì
in mezzo ai tuoi pensieri
scalpello rosa
sulle tue certezze.

E ti chiederai come mai
ti sia venuta in mente
quella poesia così strana
che parlava di un amore
tanto potente e fragile
da non essere mai esistito.



22.6.23

Balzo di poesia



Ti vidi stanca
su una panca di silenzi
alzavi le braccia
pensai volessi aiuto
ma mi sbagliavo:
cercavi la tua arpa
lei era già
su uno spartito di cielo
la raggiungesti
in un balzo di poesia.

16.6.23

Se deciderai d’essere fiume



Se deciderai
d’essere fiume
io sarò levigato
tappeto di ciottoli
ti carezzerò al passaggio
porterai con te
bisbìgli dorati
bianca crema d’altura
cinguettii d’ali
pian piano
gonfiando le tue gote
di schiuma impaziente
pronta a darti senza limiti
al mare che attende grondante
nel suo nudo letto di onde.

12.6.23

Non ho la patente



Mi si è contestato
di non avere la patente,
l’abilitazione, l’idoneità
per la carreggiata planetaria
dove circolano beatamente
terre emerse e sommerse,
civiltà vere o presunte,
dei macabri, santi inventati,
navigatori prezzolati,
invasori ed invasati,
scribacchìni e leccaculi.

Serve quella di tipo Z(ero)
io mi sono fermato
a quella di tipo U(manità).

Sbando con dissenso,
sgommo con diniego,
inverto più volte a U,
non ho traffico,
prediligo mete
in posti inesistenti.

Il navigatore dominante
mi vuol condurre
sullo svincolo unico
e io peggio: l’ho spento.

Scarrozzo le curve pericolose
i tornanti dove l’anima si storce,
i pendii dove ruzzola, geme,
prende rincorsa e s’invola.

Alla perenne ricerca
della mappa perfetta
dove si svuoti l’enfasi
dei benefici del mercato,
s’incrocino arcobaleni,
e l’uomo faccia il pieno
all’area di servizio
della Bellezza.

9.6.23

Abito nel tuo dolore



Ti amo da quando
abitai nel tuo dolore
come una grande casa.

Visitai le stanze
impregnando i vestiti
di muffa e cenere
il pianto nello stomaco
ti amai nel freddo.

Completai me stesso
di quei pezzi tranciati
messi fuori posto
incollati a caso
ti amai nel fondo.

Mi trascinai sul tetto
lo riconobbi dal sole
in braccio il tuo zero
che mancava all’infinito
ti amai nel risveglio.

7.6.23

Libro aperto



Per te
sarò libro aperto
leggimi, rileggimi,
sottolineami, recitami
sfogliami e annusami
portami con te
al mare, nei sogni
gioca con le mie pagine
riponimi nel disordine delle idee
tienimi tra il seno e il cuscino
quando la notte si fa tenera
e diventa corpo di baci.

4.6.23

Il pozzo della poesia



Ci sono giorni
che tracimano di nonsenso
e ti chiedi
dove ha trovato nascondiglio
l’equilibrio del passo
giorni di crepe e domande
dove è facile
la distorsione dell’arto
la dispersione del senso.

Ci sono giorni
che affondi e annaspi
e ti chiedi
cosa ti tiene su?
se la sfortuna
di essere fortunato
e terzo incomodo
di una contesa
banalizzante
tra il male seduto tra noi
e tutto - quel che poco -
resta fuori.

Ci sono giorni
che vanno a piedi
scalzi e rotti
con le ali stanche
e non hai più parole
da tirar su
dal pozzo della poesia.

31.5.23

Solchi



L’alba è più dolce
se i raggi
di un sole delicato
tracciano solchi
di desiderio
e mi chiamano
a percorrerli
fino al parossire…

Il tuo corpo



Il tuo corpo è oceano 
io barchino curioso
galleggio sui misteri
assaggiando d’ogni ansa
sabbie dorate e candidi ciottoli
ribolli così
forgiando la tempesta
che mi scaglierà nel sole.

Oscurità



Bruma di sensi
grezzi sciacquii d’albe
tu ombra mordace
plumbea e torrida
tormento di cera
nebbia nella gola
come vorrei
salire al tuo seno
e scorticare la luce.

30.5.23

La stagione dei tramonti



È arrivata la stagione dei tramonti
amore mio
quella in cui
anche il tempo fa silenzio
e annoda la cravatta al sole

quella in cui
i tuoi occhi - amore mio -
sono pezzi di cielo
che precipitano su di me.

È la stagione delle poesie
che vengono a trovarci
mentre il bacio delle stelle
promette che niente finirà
anche se sembrerà finito.

È il tempo della tenerezza
delle lucciole innamorate
del valzer dei pettirossi
che si tengono per l’ala.

È la narrazione del mare
parole come onde
che ci sfiorano lente
e conchiglie che ridono
ai nostri baci rubati.

È arrivata la stagione dei tramonti
amore mio
quello strano impasto
di sogno e malinconia
di sussurri del vento
che pettina gli sguardi.

È la canzone del miraggio
che s’alza da terre lontane
sulla schiena di cerbiatti felici
che saltano sui raggi morenti.

È il viaggio dei sognatori
migranti dell’indomani
fanciulli per sempre
astronauti dall’altalena.

È arrivata la stagione dei tramonti
amore mio
il sole si fa calice
perché io possa brindare
al tuo eterno ritornare.

26.5.23

Mi avevi risolto



Mi avevi risolto
con formule sfrontate
chiavi illogiche
percorsi immaginifici
sul mio corpo
e incisioni tatuate
sull’anima.

Mi avevi risolto:
ora ho perduto i fogli
accartocciati
tra le cose inutili
che mi salvarono la vita.

18.5.23

Notte candida



Ha un che di pulito la notte.
Rastrella le gomitate del giorno,
tampona le falle,
ùbica gli smarrimenti.

Mi passa un cencio sul viso la notte,
cala la febbre
di una perduta felicità.


15.5.23

Caviglie



Le tue caviglie
vertiginosi ponti
tra misteriose penisole
ed eburnee libagioni
in attesa delle mie labbra.

La rincorsa



Non fuggo più il dolore.
Anzi lo rincorro.

Ha con sè una sporta di parole
alfabeti inarticolati
sogni penzolanti
dalle tasche sdrucite
di un poeta malandato.