21.6.20

A passo di danza


A passo di danza
scavalco il destino
non mi servono sfide
ma la leggiadria del volo

fatti fummo per puntare il sole
ma ignari scrutiamo il fondo
e il tempo ci sciorina ansia
secca zavorra di muffa

tendiamo i muscoli del bello
aspiriamo essenze d’abbracci
vendicatori di bontà
occupiamo lo spazio
degli amori permanenti.

La ricetta dell'amore


L’amore
ricetta illeggibile
formula tantrica
fulmine di orchidee
o di margherite prataiole
canto di usignoli
o di cicale popolari
dipinto di Leonardo
o scolastico acquerello
Cappella Sistina
o castello di sabbia

questo tutto o questo poco

non conosce trincee
valica cordigliere
non ha rifugi di pudore
ma si ferma sul creato
non ha cultura nè tradizione
si nutre d’istinto primordiale

fisseranno dei confini
costruiranno gabbie
insulteranno, violenteranno
ma è nato libero

volerà senza catene
brucerà le convenzioni
porterà la sua scintilla
in mille firmamenti.

Binario morto


Refoli di pensiero
affilano grumi
staffilano piaghe.

Questo tempo
fra assurde parentesi
sgrano come rosario
porpora fibra
incistati nembi
strappati a sangue.

Ogni nota sofferente
raggiunge l'empireo
con voce declinante
inferisce attonita lama

dall'ugola frantumata
dolce condanna
"ti amo" stormisce.

Resto un'ombra
che viaggia perenne
disegnata in opaco
sui treni del tempo.

Buona vita
ovunque sia
la tua stazione

ovunque si conficchino
le unghie divelte
del mio rimpianto.

Percezioni del Nulla


Avvolgo
gomitoli di noia
spire insinuanti
aspidi grette
cerco di galleggiare
in oceani di rabbia.

Mi chiedo il senso
se ci sia un dunque
al termine del dolore.

Viaggiamo
sotterrati e barricati
nell'umida cripta
di una preghiera abusiva.

Qualcosa sorgerà
all'alba del riscatto?

O un sole affranto
scoppierà d'inanità?

12.5.20

Il limite del corpo


Tendo alla fuga
divello retrive catene
innesco roventi pulsioni
mi nutro d'impeto
invoco il sublime
annaspo follia.

10.5.20

Dopo la liberazione di Silvia Romano


Vorrei che i miei versi
fermassero la marcia
dei vili senza faccia
che schiumano rabbia
bombardano veleno
ignobili sanguisughe

vorrei che i miei versi
liberassero bellezza
sigillata dagli insulti
esplodessero d’amore
nella vuota pochezza
degli indifferenti

vorrei che i miei versi
fossero grimaldello
per coscienze umiliate
schiacciate vilipese

vorrei che donassero
ali d’argento fuso
ai cuori striscianti
sotto il giogo del Potere

vorrei che i miei versi
gonfiassero bandiere
di gioiosa libertà
vorrei che cantassero luce
nei vicoli dell’ingiustizia

vorrei che i miei versi
fermassero il tempo
e scrivessero nel cielo
un arcobaleno di pace

vorrei che fossero carezza
per coloro che sono fermi
ultimi passeggeri
del treno della speranza.

L'anima del poeta


L’anima del poeta
viaggia sulle note del mito
non teme le ingiurie del tempo
accelera rullando sul dolore

l’anima del poeta è indomita
gracile alle scosse del cuore
ma fugge in alto, impenna
più in alto delle umane miserie

l’anima del poeta è tenera
ma non si fa schiacciare
spiega la sua missione
al destino che volta le spalle

l’anima del poeta è nuda
ma nessuna freccia la perfora
perché ha la corazza del sogno
e pianta radici come quercia

lo sguardo oltre le galassie.

Ciottoli di rabbia



Mentre sfila
su tacchi da entraneuse
la memoria si rimpalla
torce ancora le viscere
di giorni disassati

cavalca un cielo
rosso rubino
rimesta nembi
di fango colloso.

La tensione perpetua
l’olocausto del volo,
l’eutanasia del sogno,
il suicidio dell’eccesso.

Ho sete di veleno
che secchi l’anima blesa
smonti fumose ragioni
incastrate ed accartocciate.

Offro il mio senso nudo
ad una lama benigna
che penetri l’alveo
dei sussurri cementati
nelle orride prigioni
in cui macero fiele.

Affaccio sul mondo


Ho aperto
una finestra sul mondo
ho visto scorrere la vita

non sapevo
con che occhi guardare
lo sciabordio del sole
sulle acque chiare

non sapevo
con che cuore toccare
la gioia dell’alba
riflessa d’azzurro

non sapevo
con che sorriso amare
il volto del cielo
versato sulla mia anima.

La saga di Gilgameš



Era distratto
quel giorno Gilgameš
scrutava i confini del mondo
palleggiando con la Terra
sui gradini del tempo
freestyle in canotta
la grazia di un bulldog.

Sotto gli Archi di Vanagloria,
Mestizia e Furore
tiravano a dadi
la sorte degli apogei:

“lei è morta ma non sepolta
lei è sepolta ma non è morta
lei è morta ma non sepolta
lei è sepolta ma non è morta”.

E un Sudario
infracidito di Senso Comune
organicamente spaiato
copriva vergogne sataniche.

“Ma qual è il geomètra
chetuttosaffige?”

Sbalestra la bussola
puntando la prora decisa
sulla rotta dove Angeli e Demoni
si rincorrono su dune di corallo.

Ištar sporge i seni
offrendo voluttà
ma i denti da vampira
affondano nel cuore.

Hubaba lo spaventa
nella Foresta dei Cedri,
lo bracca il Toro Celeste
sul Mare della Morte.

“Ho ucciso divinità
per fuggire dal dolore:
dove sei Utanapistim?
hai sconfitto il Diluvio
rovescerai la mia clessidra.

Ma il serpente ha divorato
la Pianta della Gioventù:
sono solo Gilgameš
e non sarò immortale
non posso più giocare
con la Terra e con il Fato.

Enkidu, amico mio,
mi hai letto deferente
la scritta sul fondale
del Tempio dei Morti
dove stalattiti di ghiaccio
colavano pece fumante
su piaghe purulente:

lei è morta ma non sepolta
lei è sepolta ma non è morta
lei è morta ma non sepolta
lei è sepolta ma non è morta”.

14.4.20

Ad Alda Merini


Alda 
è il percorso dei poeti
un’ombra ci accompagna
ci contraddice ci separa
scava fra le macerie
brucia i destini

travolge affetti
tortura desideri
ci combatte contro
perenne scrupoloso
cilicio dell’anima

e da questa guerra
unici reportage
i versi contorti
esangui brutalizzati
ma vividi di sogno
proiettati su orbite
d’amore invisibile

noi esseri bipolari
eternamente uguali
metastaticamente soli.

I sensi del silenzio


Aprirsi d'incanto 
sulla vastità del silenzio
abbracciare la rotonda
mestizia dell’infinito

cercare un senso
un’iconica trasparenza
veleggiare come onda
seguendo le curve
armoniose dell’anima

dove si ferma il sogno
dove abita l’eterno.

Stanze vuote



Stanze vuote
ove aggrovigliato
il mio senso geme
ove spiriti antichi
pronunciano silenzi
in fa diesis

stanze vuote
ove s’aggira stentata
una trama di specchi
ove in punta di piedi
cerco un colore
che m’imbratti dentro

stanze vuote
non scontate
renitenti, disadorne
che avrei riempito
di futile quotidiano
fantastica routine

stanze vuote
inusitato rigetto
stuprati orizzonti
ove cala il meriggio
e s’arena il rimpianto.

Mi è arrivato un sorriso


Il vostro sorriso
ha scalato il cielo
più leggero del coraggio
più musicale del silenzio

noi viventi a testa bassa
affondati nel grigio
rancorosi distratti
basta un raggio
di una piccola stella
a illuminare il cammino

basta poco per volare
leggeri sulle onde
di un tempo nuovo
grazie del vostro dono

quando riapriremo
le porte al futuro
vi incontrerò nella vita:
ci faremo un cenno
e quel sorriso
risplenderà perenne.


A Papa Francesco


Signore 
sono solo pulviscolo
disordinato di cellule
ascolta questa invocazione
laica, esterna
da chi ha sempre avuto dubbi
da chi ha sempre creduto
negli atti degli uomini
piuttosto che nelle benedizioni

da chi ha sempre pensato
che il libero arbitrio
sia un comodo rifugio
per illusi impenitenti
e filosofi impacciati

è giunto il momento:
non ascoltare i nostri
contraddittori lamenti
le nostre ambigue
professioni di bontà
noi attenti al nostro
temporaneo vacillare
ma ciechi al mondo
che si sfalda;

c’è un grand’uomo
assiso sul Soglio di Pietro
se vuoi battere un colpo
hai la tua volontà
tra le sue mani
hai la tua immensità
nel suo cuore.

Saluto ai pescatori



Gente 
scopritevi il capo
passano i pescatori
solcano il cielo
cantano all’abbondanza
portano fiori
nei vasi del tramonto

gente
aprite le finestre
passano i pescatori
accendono le lampare
cantano alla fertilità
portano coraggio
alle anime affrante

gente
alzate le braccia
salutate i pescatori
svuotano le stive
cantano all’amore
portano speranza
alle nostre prigioni.

Italia, resisti


Un canto di bimbi 
acuto nel cielo avanza
ed io in questa stanza
ho preso un volo brillante

Italia mia tenera amante
stremata piangente ferita
i bimbi ti sanno curare

Italia culla dei miti
nobile ostetrica di geni
fucina d’arte sublime
resistente generosa

ti terremo la testa
fuori da quest’acqua fetida
ti respireremo nei polmoni
ti restituiremo ancora
il sole ballerino
la luna innamorata
la gioia della musica
la danza dei poeti

Italia risorgi
i bimbi ti amano
e ti vogliono scoprire
intatta meravigliosa
eterna.

Immunodepressi


Numeri
scarni freddi
contatori.

Atoniche voci
sciorinano elenchi
dove in fondo
sottovoce sbrigativa
una stringa e una giustifica:
MA.

Non erano MA.
Erano i nostri padri, madri
erano i nostri nonni
i nostri piccoli sfortunati
che forse sorridevano ancora
sulle loro cigolanti carrozzelle.

Non erano MA.
Erano complessi di cellule
impazzite di vita
tenute insieme
da circonferenze d’amore.

Non erano MA.
Erano come noi
in mezzo a noi
correvano ancora
nei nostri pensieri
baciavamo le loro scie
benedivamo ogni minuto
del loro tempo insieme.

Non erano MA.
Non metteteli più
all’ultimo posto.

Loro sono NOI.

9.3.20

Il mio occhio


Il mio occhio
strale di luce
dardo inclemente
inchino all’avvento.

Scava solchi perversi
insinuando artigli
in profonde cateratte.

Umettami di nettare
spremi grani vitali
trascinami gaudente
ai confini dell’ignoto.

4.3.20

Pertugio


E mi ritrovo ancora
aggrappato a lembi
di nuvole sgraffiate
pennellate talentuose
che recitano ghirigori
ad un cielo intorpidito.

E salgo cado risalgo
una nenia beffarda
eco struggente
nei meandri del già visto
già cercato già perduto.

Salgo cado risalgo
metronomo inclemente
becero coro di gazze
scherno di foglie rutilanti
pompose naiadi
nell’empietà del caos.

Salgo cado risalgo
ho lasciato le unghie
conficcate nel passato
vaga è la meta
facile urtare la nebbia
infido coro delle sirene.

E salgo cado risalgo
su picchetti avvitati
profondi cilici
chiodi scarnificanti
il ventre del probabile.

Ma salgo cado risalgo
presto la luce ferirà
un pertugio resiliente
spaccato sul tramonto
e mi fermerò assorto
a rimirar la gioia.