12.9.24

Tu mi disegnavi



Tu mi disegnavi
ed io correvo
correvo forte
per raggiungermi
in una vita diversa
scartoffie di poesie
una collina generosa
un prato testardo
e un giardiniere
ancora più testardo.

Tu mi disegnavi
ed io correvo
tanto forte da decollare
e guardarmi da lassù
in una vita ben messa
poesie sporche di caffè
e del tuo rossetto dolce
il caminetto sempre acceso
noi sotto una coperta
e una sveglia fracassona
gettata di lato.

Tu mi disegnavi
ed io correvo
tanto piano da sognare
e ridermi addosso da lassù
in una vita normale
dove c’è il cane
ma anche il gatto
o entrambi con un coniglietto
e le melagrane con i fichi
e l’odore della pioggia.

Tu mi disegnavi
ed io correvo
senza girarmi indietro
tanto ti sapevo dietro
ma forse eri avanti
troppo avanti
per le mie poesie
le mie fanfaluche
il giardino e il caminetto
il caffè e le melagrane
e l’amore gettato di lato
con la sveglia fracassata.

11.9.24

In cerca di parole



Trovare le parole
per sfiorare
epidermidi lacerate
dai “per sempre”,
incatenate agli angoli
dai desideri inghiottiti
per soffocare i brividi

trovare le parole
anche per chi
con le parole gioca
come un bimbo
nel suo parco di sogni.

Dove trovo le parole
che mi sono rotolate via
su strade senza uscita
quelle che zampillavano
da fontane di cristallo

trovarle per te
che sei un’estranea
che forse conosco
da una vita precedente
in cui eri stella
ed io cometa

e mi piaceva
precipitarti addosso
con la leggerezza
di un amore senza paracadute.

27.8.24

Cesare Pavese 27 agosto 1950



Ragnatela di sogni
ferma in un angolo di noia
la tortora scuoteva il capino
incapace di sorridere.

La collina s’agghindava i fianchi:
ed albeggiava un sospiro di sole
tepore da riporre con cura
come garza sugli occhi stanchi.

Eri tu bella ed assurda
a scuotermi la vita
prima che rotolasse in basso.

19.8.24

Potessi essere nuvola



Potessi essere nuvola
mi disegnerei all’infinito
elastico d’amore,
amplesso di cieli,
rotolando divertito,
altalena di temporali.

Potessi essere nuvola
ti sbircerei discreto
in oasi di tramonti
aspettando il dono
di un tuo sguardo,
domanda curiosa
verso la collina.

13.8.24

Tra una riga e l’altra



Ti osservo sottecchi
inseguendoti invano
con una matita spuntata
mentre continui
a passeggiare ridendo
negli spazi bianchi
schivando righe
ubriacando accenti
e sbeffeggiandomi sempre
i punti a capo.

10.8.24

Poesia senza scrivere “stella”



Una poesia può 
arricciarsi il naso
e truccarsi le labbra
senza per forza scriver “quella”.

Può precipitare e assolversi
brillare di nerofumo e vino
può ignorarsi
per non imporsi di scriver “quella”.

Perché “quella” si è stufata
di tanti coccodrilli blasfemi
e di conseguenza si risparmia
vagonate di glitter all’ingrosso.

“Quella” di lì “quella” di là…
piuttosto si mimetizza
in un cuore di cielo rosso
perché è lì che la scova
chi la poesia la prende per mano.

29.7.24

Sazio di te



Cromatico guitto
ballonzolo sui tramonti
dove hai lasciato
i tuoi occhi adoranti,
capricci di sole

mai più cercherò
altre gemme rosa
sono sazio di te
continuo a divorare
anfiteatro generoso,
le tue gambe accavallate.

23.7.24

La masseria Minutillo

Masseria Minutillo

Contrada Conchia - Monopoli


Un tempo vi fu un viandante
dubbioso nell’incedere
che seguiva i sentieri scontrosi
di una tiepida collina
tronfia di ulivi,
ebbra di macchie,
gravida di sole.

Comparve una casa
solinga e maestosa,
avvitata nel verde,
orgoglio di breccia
con le bianche pietre
esondanti sacralità.

Il viandante chiuse gli occhi
e tese le orecchie.
Si poteva ascoltare
nel vento carezzevole
il fremito di genti antiche,
l’eco di bimbette scalze,
trebbiatrici e gallinelle,
le mani di una madre
dal grembiule indaffarato.

Ora una quiete dolente
avvolge le mura,
il grembiule è fermo
e la madre dalle braccia tese
è un’ombra evanescente.

È vitreo il tramonto
sui ciottoli scomposti;
il viandante stanco
s’appoggia al parete
tergendosi la fronte.

Nell’ora che muore
la casa si è fatta madre
e benedice i viaggiatori:
quelli che passano
e si fermano,
quelli che partono
e si perdono,
e quelli che per sempre
ricordano.

Marilena Tropiano

20.7.24

Rabdomante di versi



Non conoscevo arsura
per i miei vaneggiamenti
fonte inesauribile
poesia sorgiva
mi zampillavi dentro.

Ora vago
a fronte bassa
rabdomante di versi
in un deserto di folla.

11.7.24

Noi poeti



Noi poeti,
noi danzatori
sulle punte dell’assurdo,
noi inutili
sbeffeggiatori dell’ovvio,
noi linguacce alla morte,

siamo merce avariata
siamo scarti senza etichetta,

noi infedeli e blasfemi,
noi Donchisciottini,
sfoderiamo armi di pane
molliche d’amore diffuso
briciole di follia.

7.7.24

Il lato fresco



Il lato fresco
e silenzioso
concavo di colori
tramestio di mondi alati
mi solleva il petto.

Quasi mi attendo
il tuo caffè scalzo
orlato di un bacio,
il tuo dono perfetto.

Mentre tutto è fermo
domande stropicciate
ti cercano ancora
e non mi resta
che guardarti svanire
in quel punto misterioso
dove pregano le falene
con le ali al pianto.

16.6.24

Concavità



La concavità
è la mia postura.
Semicerchio di braccia,
scavo di scogli
a formare porto,
cesura di vento
a colmare vuoti.

Attendo deliri
incastrato
alla superficie del cuore
lì dove s’infossa l’amore
e s’intenerisce la tempesta.

Accumulo relitti
ma non muterò forma
fino all’ultima poesia.

6.6.24

Parole



Fu un eterno fa
nuda nel tuo cliché
ti ho vestita di parole
di un idioma sconosciuto
parole che facevano l’amore
sopra di noi
dentro di noi
parole impudenti
dolci come fragole
pure come angeli
desuete e perdute
echi ormai
della tua assenza.

2.6.24

Domenica



La domenica
si snoda con lentezza
abita un cesto di spine,
vimini intrecciati
di insano tepore,
uggiola, implorante.

Vorrebbe poche briciole,
un fuocherello distante,
nuvole d’inchiostro dorato
dove intingere l’anima,

tornare a scrivere d’amore
volatilizzando ombre,
frantumando specchi.

28.5.24

Contatti profondi



Il bacio
più indecente
non si ferma
ai fuggevoli
declivi del corpo
ma scala montagne
di silenzi e paure
penetra nelle crepe
dove l’anima è barricata
e la libera per sempre.

23.5.24

Il nodo dell’anima



La cruna
su cui m’annodo
è il tempo del pianto
profuso
dalle tue vibrazioni
o il tempo delle risa
che bevo
dalle tue labbra.

Fra questi poli
distendere
un lenzuolo d’amore
dove accarezzare
le tue fantasie.

16.4.24

Foglio bianco



Sono solo uno spazio bianco
che brama uno struscio di penna
come una chiglia tremante
all’ingiuria dell’onda
o una corolla vezzosa
alla visita dell’ape.

Attendo, m’attardo
m’inchino deferente.

Allorché mi ferirai -
- ancora, poesia
sanguinerò di gioia
anche fosse
l’ultima riva
del mio inquieto mare.

1.4.24

Rincorrendo Pessoa (2)



L’io sensibile
si nutre di dolore
imbavagliato;
è l’unico ponte
tra coscienza di se
e percezione di non se.

Sorvola.
Osservandosi.
Da un’altra prospettiva.

30.3.24

Un crocifisso fuori posto

Margaritone d’Arezzo

Dio
schiodami
da questa croce:
infima è la penitenza
di questo sangue
colato sul Nulla.

Sottraimi
agli sguardi pietosi
che si dissolveranno
subito dopo l’altare.

Portami laggiù
nelle steppe sarmatiche
dove l’uomo
calpesta se stesso
dove piangono le madri.

Riportami a casa
dove abbatte il capo
colei che mi allattò
dove il silenzio deforma
la bocca di mio padre.

Riportami da lei
che mi svelò i peccati
trasformandoli in gemme,
riconsegnami gli amici
confusi e leali.

Cancella questo mio Golgota
tumefatto nelle carni smembrate
di una Terra malata.



23.3.24

Gli invadenti



Genìa insopportabile
gli invadenti.

Ce ne sono di furbi.
Anzi, il più scaltro di tutti
è quello che,
travestito della mia ombra,
ha la mia voce,
usa il mio mp3,
ruba le mie poesie
e - che stress! -
mi riporta in casa
tutti i rifiuti
che scientificamente,
ammonticchio a distanza.

Mi riporta la tua voce
ballerina, un pó raschiata
da fumatrice
ogni tanto pentita,
ogni tanto depressa.

Mi ripresenta
la tua seducente ambiguità,
il candore affettato,
il tuo sapermi rapire,
ingabbiare, cucinare.

Mi riesibisce
la tua nonchalance
la “grandeur” della scollatura,
la gonna troppo corta
che facevi finta di tirar giù.

Mi squaderna
le tue incoerenze multiple,
le contraddizioni comode,
a gara con le mie,
ma sempre vincenti.

E quelle tenerezze,
quel farmi tuo strumento
quel voler essere te
- e me, e te, e noi.

E me, lasciandomi fuori,
in quanto inutile
casaccio di atomi
se coagulato in te,
se parte, infima parte,
di un tutto che riempiva
il nulla, il vuoto
e ne faceva cielo,
crepa di faglia,
plasma di roccia.

Et voilà!
L’invadente
ha svuotato la discarica:

- Và via ora! -
Non ho abbastanza tempo,
nè voglia di sopportarti:
amerò questi rifiuti
orrende contumelie
che m’ingombrano il cuore.